L’IMMAGINE DEL ‘900

Mentre si stanno ancora festeggiando nella Conca i fasti dell’acquarello planetario, con autoreferenziali peana e quant’altro, mi è capitato di vedere la mostra di Henri Cartier-Bresson alla Mole Vanvitelliana di Ancona, che rimarrà in piedi fino all’11 giugno. Una mostra decisiva a mio modo di vedere per capire il secolo che ci ha appena lasciato. La mostra presenta 140 foto tra le più famose di questo maestro che vanno dagli anni 30’ fino agli anni ’60 e ’70.

L’importanza di Cartier-Bresson non consiste solo nella qualità altissima della sua arte ma anche nel fatto che proprio le sue foto hanno attraversato il mondo rendendolo un pianeta globale. Non si deve dimenticare che quando l’Urss era chiusa agli Europei Cartier-Bresson poteva fotografarla e riportarne lacerti in Occidente. Il suo lavoro per la Magnum Foto (sorta di cooperativa fondata con Robert Capa e altri) è di vitale importanza perché ha aperto sguardi su realtà altre e sulle differenze che sempre costituiscono l’esperienza umana. Così confrontare le foto dei centri spaziali americani con quelle che nello stesso periodo scattava nell’Abruzzo barbarico e superstizioso dà la misura di quella categoria che chiamiamo simultaneità e che dovrebbe sempre indurci a un moderato relativismo relativamente al senso del cosiddetto progresso umano.

Ma quello che colpisce è l’assoluta  mancanza di retorica che hanno queste foto, come se l’atto del fotografare corrispondesse alla cattura di un attimo assolutamente unico ed essenziale del soggetto. Prendiamo la foto del manifesto, famosissima, che mostra un signore nell’atto di saltare al di là di una pozzanghera nei pressi della gare Saint Lazare. Ebbene la foto nella sua nudità proprio perché cattura un momento impensabile, fornisce l’immagine di aloni surreali e fantastici e ovviamente di una leggerezza quasi filosofica. Per il maestro fotografare era questione di nervi e di collegare l’occhio col cuore e con la mente, tanto che non vi è immagine che possa dirsi preparata.

Un posto a parte hanno i ritratti di grandissimi artisti del ‘900. Meravigliosa la foto scattata a Giacometti nel suo studio mentre sposta le sue famose statue filiformi e fantasmatiche, poi Jean Paul Sartre che fuma la pipa col suo occhio guercio sopra uno dei ponti della Senna, e ancora Faulkner ripreso pensoso in un giardino e Truman Capote nella bellezza spavalda dei suoi vent’anni. Qui certo tocchiamo il vertice di quella che diventerà l’iconografia del ‘900.

Anche il ruolo di reporter di Cartier-Bresson è significativo perché immortala nel suo istante decisivo l’anima di certi luoghi legati indissolubilmente alla forza dell’esperienza umana che li ha caratterizzati. Così colpiscono i ritratti delle prostitute che ci guardano dai loro box a Città del Messico, i bambini laceri di Salerno che giocano nel sole sfiorando muri scialbati, sempre i ragazzini di piccole città spagnole colti attraverso il buco di un muro, oppure i ferrovieri di Marsiglia nelle loro fisionomie dure e affaticate, e ancora la donna SS scoperta e svergognata dopo la Liberazione, una coppia che si abbraccia in quello che pare lo scompartimento di un treno, un curioso individuo che dorme a terra coperto dal suo ombrello. Chiaramente in questa cornucopia di immagini che oggi hanno sedimentato nella nostra percezione del mondo e che continuano ad alimentarla Cartier-Bresson aveva infilato le influenze del surrealismo e dell’atmosfera espressionista dei suoi tempi. Oggi questo immaginario è vitale perché continua a vivificare l’anima dell’occidente e il suo modo di guardare la realtà. Se il secolo che è passato ci ha attraversato è anche perché le sue immagini ci sono rimaste dentro e in fondo di lui non ci libereremo mai. Una mostra da vedere e che parla di quello che siamo.

Alessandro Cartoni

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