CASTELLUCCIO E L’IPOCRISIA DEL PROVVISORIO: IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA ECOMOSTRI

Tra i tanti miti greci, il pomo della discordia era la mela lanciata da Eris, poi ribattezzata appunto dea della discordia, sul tavolo dove si gozzovigliava per le nozze di Peleo e Teti. Sul frutto era impressa la dedica “alla più bella”: un’effige che scatenò una sorta di zuffa tra la regina degli dei Era, la dea della saggezza Atena e quella della bellezza Afrodite. Venendo a tempi e luoghi più vicini a noi, il pomo della discordia odierno si chiama Castelluccio di Norcia. Che in tema di mitologia nulla ha da invidiare alle storielle dell’Ellade, ma i cui abitanti, amanti e simpatizzanti si stanno prendendo letteralmente a legnate (verbali, per ora) tra ardimenti e livori. Oggetto del contendere, il grande nocciolo alla base del “pomo” del dissidio: il Deltaplano, l’avanguardistica tensostruttura-prodigio partorita dalla geniale folgorazione dell’archistar Francesco Cellini, salvifica panacea contro ogni ione negativo prodotto da quella grande sciagura fin troppo nota a tutti come terremoto.

Per chi Castelluccio non sa neanche se sia in Umbria, ai piedi del Gennargentu o in Val Camonica, un accrocco acciaioso piazzato in uno dei posti naturalisticamente più belli d’Italia, già da solo porta con sé un livello di blasfemia da balera di quart’ordine durante una festa di compleanno di qualche anticristo. Quindi alcuni distinguo sono doverosi. Primo: la tensostruttura non ospiterà un centro commerciale. Non ci troverete né gli slip di Tezenis, né le borse a tracolla di Carpisa, né i ciondoletti di Swarovski. Anche perché qualora ci fosse qualcuno disposto a spingersi nel cuore degli Appennini per quattro paia di mutande a 19 euro e novanta, andrebbe costruita una “real casa dei matti” sotto forma di fortezza inespugnabile in cima al Vettore, altro che Deltaplano. Il quale, invece, ospiterà tutte quelle attività di natura enogastronomica impossibilitate a lavorare dopo i disastri del sisma, oltre ad altri servizietti ed uffici vari. Secondo: la struttura non sorgerà nel perimetro del Pian Grande, ma nell’area di un’ex cava ai piedi del paesino-presepe. Terzo: gli abitanti del fatato borgo, o comunque i possessori di case, attività o negozi, sono i primi supporters della struttura, trasformatisi in veri e propri ultras dopo le diatribe di questi giorni. “Sticazzi la natura e l’estetica: qui c’è da tornare a far quattrini o ciaone” – è l’assunto dei difensori a scimitarra tratta dell’opera. Quarto: la politica, a partire dai ministeri arrivando fino al comune di Norcia, passando per la regione Umbria che è il principale procacciatore di grana nella vicenda, è tutta “pro”. Quinto: il tessuto economico di tutta quell’aspra area di confine tra l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo e il Lazio è davvero sbrindellato, e Castelluccio ne è solo la vittima più illustre e “rock”.

Fatte queste obbligate precisazioni, resta però un fatto inequivocabile: il sonno della ragione, e per certi versi anche quello della regione, genera ecomostri. E il deltaplano, su qualsiasi lato si rigiri la frittata, ecomostro lo è (e lo fa). Perché non c’è scusante, nemmeno la più nobile, che tenga: un “mammut” d’acciaio di quelle proporzioni in un eden magico, inebriante e policromo qual è Castelluccio con la sottostante piana, è una cagata sesquipedale. Masochismo cotto a fuoco lento, come le blasonate lenticchie del luogo: non ci vuole un luminare dell’iconologia paesaggistica per intuire che se proprio non lo si vuole chiamare sfregio, di certo per tutto il contesto è un evitabile graffio. Ci si può zimbellare o prendere per il culo quanto si vuole, ma le foto aeree dell’area in fase di sbancamento pubblicate da Ansa nei giorni scorsi evidenziano come si stia andando ben oltre il perimetro di quella ex cava dismessa, che gli aficionados del complesso continuano a tirar fuori in loop di fronte a ogni critica. Poi andrebbe ricordato a lor signori che l’estetica è soggettiva: quello che per loro non è esteticamente e stilisticamente impattante, per tanti è un darsi la ramazza sugli zebedei.

Non solo. Per buttare ripetutamente la palla in tribuna, gli intrepidi portacolori del mastodonte in ferro hanno iniziato a dare dei “bufalari” a tutti coloro che sollevano anche la minima obiezione intorno alla vituperata (o osannata, a seconda delle metà campo) struttura. Così un noto scrittore che scrive acuti post sul tema, diventa un fabbricatore seriale di fake news. Un politico di opposizione che solleva dubbi sulle procedure, un nemico acerrimo dei castellucciani. Un turista che su Facebook commenta con un puro e semplice “state a fa’ una cazzata”, un querulo menagramo.

Infine c’è da squarciare il velo di ipocrisia che avvolge il fabbricato, legata alla sua “temporaneità”. Posto che “famo a fidasse”, a vedere l’inizio dei lavori pare decisamente che si stiano ponendo le basi per qualcosa che è tutto fuorché provvisorio. Al di là di cubature, ferraglie, ancoraggi, cementificazioni, bulloni e spunzoni, i panzer che stanno procedendo a rimodulare la collinetta non lasciano presagire granché di temporaneo. Quando tra vent’anni l’occhio si sarà abituato e i cuori ambientalisti si saranno messi in pace, chi avrà il coraggio di far schiodare le attività bullonate al pachiderma ferroso? Portandolo via come, poi? Facendolo volare trainato da un “dream team” di gheppi e poiane dell’Appennino? Oppure bombardandolo con missili simpatici sul genere di quelli utilizzati da Trump in Siria? Quando i sapientoni parlano di “reversibilità dell’opera”, è difficile non sentirsi nell’alveo della farsa. Per chiudere vien da chiedersi: possibile che non c’era altra soluzione? Le strutture in legno, che sulle Alpi o in Canada proliferano, sugli Appennini ci fanno così schifo? Possibile che nessun altro progetto poteva essere messo al vaglio? Evidentemente no. Magari tra vent’anni Castelluccio non sarà stata ancora ricostruita. Oppure non ci sarà proprio più. Però ci sarà il Deltaplano coi tetti coltivati. Magari a lenticchia, chissà. Figo no?

Valerio Mingarelli