E SE L’ATTESA DELLA LEGGE ELETTORALE FOSSE ESSA STESSA LA LEGGE ELETTORALE?

Dedicare le proprie giornate alle cronache parlamentari difficilmente lascia certezze a tarda sera. Spesso si torna a casa con tempie indolenzite, fasi acute di sgomento e inaspettati disturbi comportamentali (per info chiedere ai commessi della sala stampa di Montecitorio). Tra tante nebulose cerebrali, una certezza granitica però c’è sempre. Ed è un inscalfibile dogma antropologico: se volete fare uno sfregio a un qualsiasi residente sul suolo italiano, insulare o peninsulare non fa differenza, non dovete far altro che citare i due morfemi “legge” ed “elettorale”. Essi inducono infatti la stessa mortifera sonnolenza di un cocktail a base di benzodiazepine varie: pur di evitarli, i bipedi italici sono disposti a tutto. Quando si imbattono in un elzeviro di giornale scritto da qualche costituzionalista ampolloso e odorante Vicks Sinex, spostano subito gli occhi sugli spazi degli annunci mortuari per trovare un po’ di sollievo. E se in tv inizia un lungo talk per intrepidi feticisti dell’aritmetica elettorale, si passa subito al canale seguente. Sul quale magari danno la 839esima replica di “Un poliziotto alle elementari” con l’erculeo Arnold Schwarzenegger (il quale, ironia della sorte, da governatore della California divenne ghiotto di accrocchi elettorali invecchiando di 321 anni in soli 8), che quella sera collezionerà un 238% di share. Se poi in un bar o su un treno si ode un comune cittadino iniziare una concione sulle insidie del proporzionale o sulla basilarità delle preferenze, poco dopo vedrete arrivare una gazzella dei Carabinieri (sezione catturandi). E’ un argomento talmente letale, quello delle leggi elettorali, che alle stesse vengono affibbiati nomi che rimandano appunto a una lingua defunta, cioè il latino: dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Provincellum, dal Legalicum al Consultellum (che duepallem). Oppure per dargli un filo di appeal le si fanno passare per una roba esotica: modello alla francese, alla tedesca, alla russa, alla cingalese e via dicendo. Con risultati spesso infimi.

Per carità, ogni tre lustri anche l’Italia dà alla luce qualche enfant prodige dei marchingegni elettivi. I quali, ai primi vagiti, presentano già totale predisposizione al torpore, all’uggia e al micidiale mix tra algoritmi matematici da legare a ripartizioni geografiche. Sono mammiferi più rari delle otarie orsine delle Galapagos, ma da un paio di anni il nostro paese ne ha uno addirittura come carica più alta dello Stato. Ecco: Sergio Mattarella presenta tutte le caratteristiche e i sintomi del soporifero fuoriclasse della pandetta. Ed è proprio lui che, in un’inaspettata escalation di pressione arteriosa, ha deciso di mettere alla frusta i mille buontemponi titolari di uno scranno parlamentare, esortandoli a mettersi d’accordo tra una gazzarra e l’altra su sta benedetta legge elettorale. Non importa se col “passa paperino con la pipa in bocca” o col “carta, forbici, sasso”: basta che si raggiunga un’intesa. E sti cavoli se è più facile che un criceto impari il portoghese in tre giorni che questi si accordino su uno stralcio di testo in tre mesi: il bomber dei codici ha sentenziato che stavolta non si scappa.

Ah, questa legge elettorale: “più la fuggo più ritorna da me”, per parafrasare i Formula Tre. Che governi la destra, la sinistra, il centro, il nord, il sud, l’est o l’ovest, da quando ero bambino negli anni ’80 questo paese ha sempre avuto da fare sta famigerata riforma elettorale. Smussa lì e taglia là, abbassa sta soglia di sbarramento e alza quel premio di maggioranza, da tre decenni l’Italia si tira dietro problemi di scorporo, malanno stagionale ormai secondo soltanto alle sinusiti. Così ste santissime leggi sono diventate negli anni una cosa a metà tra Godot e le comete di Halley: le si aspetta. E quando poi tra ali di folla anestetizzate dal lungo parto finalmente vedono la luce, esse passano subito di moda peggio degli smartphone: tempo 3-4 giorni e la nuova creatura non va più bene e si ritorna lì, in sala d’attesa, sconsolati e vinti.

Tra poche settimane c’è il voto amministrativo: come è noto tocca anche a Fabriano e la par condicio non consente troppe licenze politico-espressive a queste latitudini. Però tra meno di un anno bisognerà rieleggere anche il Parlamento e dal sedativo dibattito sulla “legge elettorale” non possiamo scampare. Questa settimana l’onorevole Andrea Mazziotti di Celso, deputato probabilmente discendente della nota contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ed ora presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, ha tirato fuori lo schizzetto della bozza di un testo base. Che di fatto estende al Senato l’Italicum corretto a gennaio dopo uno studio matto e disperatissimo dalla Corte Costituzionale. Il Pd continua a tentare impacciate virate maggioritarie, prima rispolverando l’usato sicuro del Mattarellum (in vigore dal 1993 al 2005), poi buttando là un modello alla tedesca “fity-fity” (metà seggi assegnati su base proporzionale e metà su base maggioritaria con collegi). Dalle altre forze dell’emiciclo però sono arrivano soltanto sguardi in cagnesco. Il prode Mazziotti di Celso attualmente di proposte di legge in commissione ne ha viste depositare 28 (già ce lo immaginiamo soverchiato dai faldoni): trovare ampio assenso è impresa più o meno pari ad attraversare il Pacifico nuotando a dorso. Quindi nei prossimi mesi si percorrerà l’unico sentiero praticabile: quello, appunto di traslare sto Italicum rimasticato (ribattezzato come Legalicum) anche a Palazzo Madama. Con capilista bloccati o no? Vedremo: Pd (che però ora apre a rivederli) e Forza Italia li vogliono, M5s e tutti gli altri no, anche se gli stessi grillini facendo sul loro blog le “parlamentarie” si stanno convincendo che nessuno perderà il sonno se questi capilista rimarranno. Con quali soglie di sbarramento? Vedremo-bis: i piccoli partiti, a partire da quello “revenant” di Alfano, le vogliono basse, Pd e M5s invece almeno al 5%. Con premio alla lista o alla coalizione? Vedremo-tris: il M5s naturalmente è per la lista, le forze di centrodestra per la coalizione, il Pd invece per ora è come l’asino di Buridano (non sa/non risponde). Forse è proprio su questo punto che si giocherà la palla decisiva del match. L’unica cosa certa è che voteremo con un sistema proporzionale. E che il giorno dopo le elezioni, a seggi ancora allestiti, qualcuno dirà: “Comunque così non va bene, c’è da rifare la legge elettorale”. E torneremo di nuovo soavemente ad aspettare. Perché in fondo diciamocelo: l’attesa della legge elettorale, è sempre essa stessa la legge elettorale.

Valerio Mingarelli

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