PIER PAOLO PASOLINI NON HA EREDI – di Alessandro Moscè

Pier Paolo Pasolini è diventato un logo, un’epica figura della quale in molti cercando di appropriarsi come detentori di un sapere, come eredi di un certo modo di scrivere e soprattutto di pensare. Il 2 novembre si è commemorata la data dell’uccisione, avvenuta all’idroscalo di Ostia nel 1975, in circostanze mai del tutto chiarite. Il tragico episodio ha contribuito a far accrescere in modo vertiginoso il fascino oscuro del poeta, fino a trascendere, colpevolmente, la portata della duttilità del più grande intellettuale del Novecento italiano. Lo sappiamo bene che Pasolini è stato molte cose di notevole levatura: narratore, poeta, saggista, sociologo, pedagogo, cineasta. Quello che non è stato detto è che non ha lasciato una traccia seguita amorevolmente da altri, che non fossero epigoni o scrittori suggestionati dal gusto effimero dell’idolatria. Nessuno ha più indagato con passione e anima, nessuno ha più studiato la mutazione antropologica degli italiani, come fosse sufficiente ciò che ha detto Pasolini quarant’anni fa per replicare la sua profezia. Leggo di Roberto Saviano come possibile figlio all’altezza di quel mondo letterario contaminato con la cronaca, con la denuncia. Non credo che sia così. Saviano è un uomo coraggioso che segnala la criminalità organizzata e ne coglie le dinamiche. La sua è una notificazione appropriata ma che non implica altro che il documentarsi sul fenomeno camorra e il trascriverne i dati. Pasolini andava oltre. Dietro di lui c’era il marxismo, il comunismo, una religiosità laica, l’essere reazionario, antimodernista, decadente, lirico. Pasolini era, soprattutto, un poeta. Saviano non lo sarà mai. Anche il cinema sublime che oggi riscopriamo più che mai, ha delle tonalità poetiche straordinarie. Si pensi ad Accattone (1961); a Mamma Roma (1962); a La ricotta (1963); a Il Vangelo secondo Matteo (1964); ad Uccellacci e uccellini (1966). E alla poesia dedicata alla madre, da Poesie in forma di rosa (Garzanti 1964): “E’ difficile dire con parole di figlio /ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. / Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. / Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: / è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. / Sei insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data. / E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame / d’amore, dell’amore di corpi senza anima. / Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: / ho passato l’infanzia schiavo di questo senso / alto, irrimediabile, di un impegno immenso. / Era l’unico modo per sentire la vita, / l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita. / Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. / Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. / Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…”. Roberto Saviano non scriverebbe mai un testo così atroce e dolce, assoluto e irredimibile. La verità è che Pasolini ha scritto come ha vissuto, si è “compromesso” con la vita. E lo ha fatto con il corpo, sempre. Ne discutevo tempo fa con il narratore e poeta Roberto Pazzi, il quale rimarcava, in un puntuale intervento sul “Quotidiano Nazionale”, la volontà di Pasolini. “Nessuno coniuga la verità intellettuale affermata alla verifica della carne, conquistata sul campo”. Pasolini, appunto, giocava una partita. E la metafora calcistica gli si addice molto, perché è stato anche un ottimo giocatore. Lo chiamavano Stukas, per la velocità delle sue progressioni sulla fascia che lo facevano assomigliare all’ala Biavati del grande Bologna, “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Pasolini era corsaro perché la rappresentazione della realtà ha bisogno di emozioni, dell’intelligenza delle emozioni, non solo della registrazione di fatti. In Italia manca questo: tra i retaggi dell’ideologia e la cultura d’intrattenimento, nessuno ha più studiato per scrivere. Né vissuto abbastanza per consegnare un’esperienza alla letteratura. Ci si è accontentati dei salotti buoni, delle comparse in tv, nei talk show, di percezioni collettive, filtrate. I grandi conflitti della civiltà sono stati per lo più lasciati in mano alla politica di basso conio e agli opinionisti dello star sistem, giornalisti e perfino cantanti. L’Italia ne ha pagato il dazio. Pier Pasolini non ha eredi perché nessuno lo ha profondamente riconosciuto e troppi lo hanno malamente imitato, replicandolo senza alcuna originalità.

Alessandro Moscè

Ascolta la puntata speciale condotta da Gigliola Marinelli e Massimo Magi dedicata proprio a Pasolini. Ospite in studio Alessandro Moscè.

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