ATTACCO ALLA TUNISIA, COLPITA LA DEMOCRAZIA DEL MONDO ARABO – di Leila Ben Salah

Colpire la Tunisia significa colpire uno degli ultimi baluardi della democrazia nel mondo arabo. L’unico paese dove la Primavera araba è iniziata e si è conclusa con un governo per la prima volta scelto dal popolo. Prima di oggi c’era speranza in Tunisia, c’era una nazione che si stava rialzando, che stava conquistando il suo posto nel mondo Occidentale. C’era il ritorno del turismo, il pilastro portante della Tunisia. Il museo del Bardo era tornato ad ospitare turisti venuti da tutto il mondo per ammirare i suoi magnifici mosaici. E proprio lì hanno scelto di colpire i terroristi o meglio l’idea di base era colpire l’unico parlamento eletto democraticamente nel mondo arabo. Il messaggio dei jihadisti era chiaro: ferire al cuore le scelte del popolo, uccidere la libertà. Dal parlamento al museo del Bardo ci sono pochissimi passi. E l’orrore ha fatto presto a spostarsi dalla piazza della democrazia a quella del turismo. I 22 morti di oggi mi ricordano che ancora non è tempo di tornare. Da due anni manco dalla Tunisia, da quando il mio libro è stato duramente contestato nelle presentazioni ufficiali in Italia ho scelto di rimandare i viaggi. “Ferite di parole” (Poiesis Editrice) è una testimonianza diretta della forza delle donne nella Primavera araba, un reportage condotto sul campo tra attiviste, avvocatesse, blogger e gente comune che la rivoluzione l’ha vissuta in prima persona. Eppure quando io e la coautrice Ivana Trevisan l’abbiamo presentato in Italia siamo state attaccate verbalmente dai fondamentalisti. Con la blogger Lina Ben Mhenni parlavamo di libertà al Festival Adriatico Mediterraneo quando la Digos è dovuta intervenire per allontanare alcuni contestatori. Ho deciso di rallentare le presentazioni e dare un po’ di tempo alla Tunisia per le elezioni, per riprendersi. Adesso forse era giunto il momento di tornare a casa. Adesso la Tunisia poteva farcela e lo sapeva bene anche il governo che aveva intensificato i controlli. Si sapeva che il paese era a forte rischio attentati. E di certo non si è fatto trovare impreparato. La vicinanza con la Libia,  la democrazia che si respirava sulla centralissima Avenue Habib Bourghiba, la voglia di libertà, anche (e perché no?) quella di indossare il velo in pubblico, erano tutti segnali tangibili del rischio che si poteva correre. Tanto che negli ultimi tempi la polizia dell’anti-terrorismo era  era stata piazzata in ogni angolo di strada. Eppure nemmeno i controlli così serrati sono serviti, il terrorismo si è infiltrato e ha portato morte e orrore anche qui. Ora ci vuole la forza di rialzarsi, di dire al mondo che la Tunisia ce la può fare. Perché se i tunisini e le tunisine sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Ali al suono della parola degagé, saranno capaci anche di cacciare il terrorismo da questa sponda del Mediterraneo che alla libertà non rinuncerà mai.
Leila Ben Salah
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