LA SCUOLA LIGNEA: UN’ALTRA FABRIANO CHE EMERGE di Alessandro Moscè

Siamo artefici del nostro destino per ciò che abbiamo da sempre e non solo per ciò che facciamo venire da fuori o che vorremmo far ritornare. E’ questo uno dei punti chiave della mostra aperta la settimana scorsa da Vittorio Sgarbi. Si evidenzia anche una scuola lignea fabrianese, della quale si sa ben poco, ma che è stata portata al centro dell’interesse con l’evento “Da Giotto a Gentile”, grazie alla competenza e alla passione del critico Giampiero Donnini, suffragato dal comitato scientifico e ovviamente da Sgarbi. Come scrive lo stesso Donnini nel catalogo edito da Mandragora, che conserva lo stesso titolo della mostra, “nel corso della seconda metà del Trecento, in parallelo con la fioritura della scuola pittorica locale imperniata sulla figura carismatica di Allegretto Nuzi, la città di Fabriano ha coltivato e sviluppato una corrente di scultura lignea di grande vitalità e autonomia creativa”. Queste scuole specifiche, in Italia, si contano sulla punta delle dita. Tra le figure che si distinguono emerge quella di Fra’ Giovanni di Girolamo (Maestro dei Magi di Fabriano), un altro illustre sconosciuto del quale è in esposizione, tra l’altro, “San Giacomo Maggiore”. L’artista rivela dei tratti distintivi accomunabili a quelli della cultura fiorentina sviluppatasi tra la Toscana e Orvieto. Duttile e dai contenuti originali, il capostipite della scuola locale si identifica per eleganza esecutiva e suggestione cromatica. Non meno rilevante è la contiguità tra le opere lignee e le opere pittoriche di Allegretto Nuzi. Il gruppo dei magi resta un capolavoro che esce dai confini fabrianesi per poter avere una collocazione nella storia dell’arte del Trecento. La dignità estetica e la ricca decorazione di superficie testimoniano la peculiarità di Fra’ Giovanni di Bartolomeo, la sintetica modellazione dei visi (ad esempio di “San Giuseppe”), nonché la grazia dei gesti. Puntualizza ancora Donnini: “Da sempre considerata la sorella povera della pittura, la scultura, specie quella lignea, ha subìto gli inevitabili affronti del tempo, lo scarto di qualità tributatogli in generale dalla critica rispetto ai manufatti in pietra e in bronzo. Ma alla nostra sensibilità di moderni il legno comunica il fascino prepotente e insondabile del tempo, la commovente fragilità della materia, il suo irresistibile calore emotivo. E dà a queste figurazioni il loro ruolo originario sospeso tra finzione e realtà”. Vittorio Sgarbi, in una rubrica curata su “Sette-Corriere della Sera” dell’1 agosto, evidenzia la forza dell’artista “aristocratico e sofisticato, sensibile alla qualità degli ornamenti senza che sovrastino il peso dei corpi”, in particolare riferendosi all’esemplare di “Sant’Elena”, che sembra una regina e che potrebbe appartenere ad un primo Rinascimento per morbidezza e stupore. Insomma, non ci sono solo Gentile, Giotto, Cimabue, Allegretto Nuzi, Francescuccio Ghissi e il Maestro di Camponico a Fabriano, ma molto altro, degno di una scuola offerta al grande pubblico con colpevole ritardo.

Alessandro Moscè

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