LA CULTURA FA PAURA – di Alessandro Moscè

Una città schiacciata completamente sul manifatturiero: l’oasi degli elettrodomestici e della cappe, da sempre con un surplus di dipendenti nel settore metalmeccanico. Era questo, in estrema sintesi, il ritratto di una Fabriano che non c’è più. Nessuno ci faceva caso, perché questa città, nell’opulenza degli anni Ottanta e Novanta, sembrava una fortezza inespugnabile. Tanto da rimanere volontariamente isolata e da dettare legge nei palazzi stessi della Regione Marche. Il connubio politica-economia c’è sempre stato, sotto la veste di un tacito accordo che metteva al centro gli industriali e a latere i cittadini attraverso l’occupazione in pianta stabile e gli stipendi garantiti alle migliaia di operai. Oggi non è più così, e la stessa poca lungimiranza degli imprenditori e della politica tutta ha lasciato un nervo scoperto: la cultura. Sembra perfino beffardo che nel 2014 ci si affretti a dover recuperare il tempo perduto facendo leva sull’incognita della valorizzazione dei beni culturali e sul decantato turismo proprio di stampo culturale. Era tutto previsto, tanto che Giuseppe De Rita del Censis, vent’anni fa osservava preoccupato una “Fabriano impermeabile al cambiamento”, dopo aver condotto un accurato studio di settore. Ma ho l’impressione che nel 2014 la mentalità sia rimasta la stessa, non capendo che la produttività non sta solo nell’esibizione di un bene materiale. Nel film La conquista del paradiso di Ridley Scott, Cristoforo Colombo vecchio, sconfitto, incontra il Tesoriere di Spagna che lo rimprovera di essere un sognatore, un idealista. Allora il grande navigatore gli mostra la città, i palazzi, le guglie svettanti verso il cielo e gli domanda cosa vede. “Tutto questo è stato creato da idealisti come me”, afferma Colombo. Francesco Alberoni, noto sociologo, rivela che nella sua esistenza ha incontrato gente pratica, ambiziosa, capace di astute operazioni finanziarie o di abili manovre politiche. E più di una volta ha chiesto loro qual è il significato ultimo della loro azione. Si è accorto che di solito tali persone non capiscono neppure la domanda. L’impressione è che salvo qualche sporadico esempio, Fabriano non abbia assorbito la lezione, soprattutto perché del tutto inesperta in un ambito, la cultura, dove servono come il pane preparazione, competenza e professionalità. Chi fa sforzi in tal senso non è supportato da un sistema di rete e da una sinergia adeguata. Altri fanno fughe in avanti del tutto inappropriate. La cultura fa paura, perché non omologa. La cultura non è sinonimo di massificazione né di obbedienza. Ecco la verità che non piace ai più, comprese, ovviamente, le istituzioni. Ma l’indisciplina, una volta tanto, ci salverà. Ne siamo convinti.

Alessandro Moscè