CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE, LA STORIA DI PAOLA

Terminate le celebrazioni del 25 novembre, giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, si prova un senso di smarrimento. Abbiamo letto molto in quel giorno, post sui social, articoli di giornale, tante interviste, dibattiti e luoghi comuni che si sciolgono il “giorno dopo” come neve al sole. Ho vissuto quel “giorno dopo” con un forte peso sul cuore. Quel “giorno dopo” Paola è venuta a parlare con me negli studi di Radio Gold. Ho utilizzato un nome di fantasia per proteggere lei ed i suoi figli, considerata la drammaticità del racconto che Paola ha scelto di confidarmi. Nelle lacrime di Paola, nella sua storia di donna e madre ferita, nei suoi lividi e segni permanenti sul suo corpo che mi ha mostrato, si racchiude il diritto di ogni donna ad essere amata. L’amore purtroppo ha molte facce: spesso il possesso ed il soffocamento dell’altrui libertà viene confuso con la gelosia, altro luogo comune, scambiata per segnale d’amore. Paola ha subito e sopportato ogni forma di violenza da parte del suo ex marito, violento e bevitore seriale, ha celato per tanto tempo la sua condizione alla sua famiglia d’origine, ai suoi figli forse anche a se stessa per timore di essere giudicata ed etichettata in un paese di provincia, dove spesso il raccontare i fatti degli altri diventa uno sport nazionale. Dopo il terzo massacro da parte del marito, Paola ha avuto il coraggio di denunciare. Purtroppo ha dovuto affrontare tutto da sola, l’iter giudiziale è stato lungo e pieno di ostacoli per questa donna che ha deciso di porre fine alla propria sofferenza. Spesso viene insinuato che sia la donna ferita ad aver “istigato” in qualche modo la violenza del compagno o paradossalmente di non avere prove “sufficienti” per poter agire in via giudiziale. Una vergogna che deve finire e per cui auspichiamo l’avvento immediato di un “codice rosso” che protegga noi donne da tanta violenza e per prevenire drammi e femminicidi che sono all’ordine del giorno nella cronaca nazionale.

Paola in breve raccontaci la tua storia?

Trent’anni di vita insieme, due figli. Il mio ex marito è andato in cassa integrazione e da lì è iniziato il calvario, la depressione dovuta alla perdita del lavoro lo ha portato a bere. Avevamo anche iniziato la ristrutturazione dell’abitazione, che ha appesantito la situazione, facendo i lavori in economia lui si dava da fare per sistemare la casa, dormivamo in roulotte, ma la situazione era molto pesante. Non è stato tanto in quel periodo ma nel momento in cui siamo rientrati in casa dopo un anno, ritrovandosi senza più alcuna occupazione e sempre senza lavoro, ha accentuato il suo atteggiamento oppressivo nei miei confronti e dei figli. Non si poteva uscire, non frequentavamo amici, dovevamo sempre restare in casa io, lui ed i figli. Ha isolato tutti noi anche dalla mia famiglia, che ignorava il mio disagio. Lui voleva tenere tutto e tutti sotto controllo, soprattutto quando beveva. Trovavo bottiglie di superalcolici nascoste ovunque in casa.

Hai tentato di aiutarlo e curarlo dal vizio del bere?

Si, assolutamente, ho chiesto aiuto anche ai suoi familiari. Purtroppo la risposta che ho ricevuto è che dovevo farmi curare io. I suoi familiari hanno sempre negato l’evidenza, per loro contava mantenere l’apparenza per timore del giudizio degli altri, in quanto in un piccolo paese la mentalità è questa.

Riguardo la tua di famiglia, hai ricevuto sostegno?

Non ne ho mai parlato con loro perché provavo vergogna e non volevo dare loro un dispiacere. Per me era come una sconfitta ed un dolore per una famiglia basata su valori e principi di rispetto ed amore.

Ti ha mai picchiata?

Si. Quando sei in certe situazioni non riesci più a pensare con la tua testa ma con la testa sua, cercando di non provocarlo. Quando mi ha picchiata era presente in casa nostro figlio, per tutte e tre le volte. Mio figlio non ne ha mai parlato con me, all’epoca aveva 10 anni, era un bambino e credo che abbia voluto rimuovere questo ricordo. Quando è stato convocato dal giudice che gli chiedeva se voleva vedere il padre, lui ha risposto che non voleva dormire nella stessa casa del padre per timore che potesse fare anche a lui ciò che aveva visto fare alla madre.

Cosa provi nei suoi confronti oggi?

Niente, assolutamente niente. Quando si vivono esperienze così dolorose non si riesce facilmente a ricostruirsi una vita affettiva perché non c’è più fiducia e coraggio di ricominciare a fidarsi di un uomo. Quindi si resta da soli.

Che fine ha fatto la tua denuncia’ Ti sei sentita protetta dalle forze dell’ordine?

No, perché sono stata io a chiedere se erano state ritirate le armi da casa in quanto, nonostante la mia denuncia, ancora si trovavano lì. Mi hanno inizialmente chiesto perché non avevo mai denunciato le aggressioni. Ho risposto che in quei momenti non ero riuscita a fare quel passo, per cercare di proteggere, oltre che me stessa, i figli e la famiglia. Se lo avessi denunciato e poi fossi tornata a casa lui mi avrebbe massacrata. Mi hanno chiesto se fossi stata io in qualche modo ad istigarlo…. Li ho guardati senza rispondere. Ero un mostro sul viso, mia madre in ospedale non riusciva a riconoscermi dalle botte che avevo preso. Trauma cranico, setto nasale rotto, lesione ad un occhio e ad un orecchio, più ematomi e lividi dappertutto, compresa un’impronta della scarpa sulla coscia.  Trenta giorni di prognosi da pronto soccorso. Dalle botte ricevute ho avuto più di un’ischemia e un’ernia cervicale, non operabile, nel punto in cui ho ricevuto un calcio.

Gli assistenti sociali in tutto questo ti hanno sostenuta?

No, sono solo venuti a vedere se l’appartamento che avevo trovato dopo la separazione era idoneo per mio figlio. Mi hanno negato anche il supporto psicologico per mio figlio minore che aveva assistito a scena violente e alle percosse da me subite dal padre. Quindi ho provveduto di tasca mia anche a questo.

Cosa consiglieresti alle donne che oggi stanno vivendo la tua stessa situazione? Bastano i post solidali nel giorno del 25 novembre?

Suggerisco di chiedere sostegno alla propria famiglia e di ascoltare i loro consigli, quindi di non negare il problema ma di affrontarlo, fosse anche con l’aiuto di amici fidati. Nel mio caso sono stata sfortunata in quanto quelli che io credevo amici in realtà non lo erano, spesso hanno visto il mio ex marito ubriaco ma hanno preferito non immischiarsi e non schierarsi, sempre per salvare l’apparenza. Riguardo il 25 novembre dovrebbe essere tutti i giorni, soprattutto per la giustizia e nel ruolo delle forze dell’ordine. Se le leggi ci sono devono essere applicate. Io a distanza di tre anni ancora non so che fine abbia fatto la mia denuncia. È uno stillicidio senza fine. E’ un dolore quello che provo inspiegabile anche se da questo dolore ho trovato comunque la forza di rimettermi in piedi per i miei figli, per me stessa e per la mia famiglia. Ma dimenticare questo no, per tutta la vita sarò segnata da questa violenza assurda e senza fine.

Gigliola Marinelli