“SAN GIOVANNI CONTINUA A PARLARCI”

Pubblichiamo integralmente l’omelia di mons. Stefano Russo, vescovo diocesano, in occasione del pontificale di San Giovanni che è stato celebrato ieri, 24 giugno, nella Cattedrale di Fabriano. 

Credo che sia molto importante per una comunità cristiana il rapporto con il proprio Santo Patrono. Tutto il movimento straordinario che in questi giorni c’è stato e continua ad esserci nella nostra città ha come riferimento San Giovanni Battista patrono della Diocesi di Fabriano-Matelica. Ed è bello vedere il grande impegno che tanti hanno messo per far si che le persone potessero vivere dei momenti di spensieratezza, di incontro, di riflessione. A me, come pastore di questa comunità, sembra importante ricordare a tutti che anche se a volte possiamo viverlo diversamente, questo riferimento a San Giovanni Battista non è e non può essere strumentale ma deve essere FONDANTE la nostra comunità. Il nostro trovarci in Cattedrale non è semplicemente un atto dovuto. Non stiamo qui ad omaggiare un personaggio storico vissuto ai tempi di Gesù Cristo ma per accogliere il dono della grazia di Dio che OGGI attraverso San Giovanni Battista arriva a noi. E il nome Giovanni, tradotto ha proprio questo significato: “Il Signore fa grazia” cioè interviene nella nostra storia, la rende piena. Se viviamo e siamo effettivamente Chiesa in cammino, comprendiamo bene allora che i santi sono nostri contemporanei, San Giovanni è nostro contemporaneo. Stiamo attenti a far si che il nostro collocare i santi su un piedistallo non li consegni inconsciamente al mondo della statuaria, di una storia del passato che non ci appartiene, di una storia di altri tempi, una storia accessoria che in fondo in fondo può avere poco a che fare con noi.

A noi INTERESSA San Giovanni Battista OGGI.

Ecco allora che San Giovanni continua a “parlarci” a stimolarci, ad orientarci.

La nascita del Battista, così come ce la riporta l’evangelista Luca, costituisce un punto di svolta nella vita delle persone e dell’umanità.

Zaccaria, il padre di Giovanni, quando l’angelo gli si presenta per annunciargli quello che umanamente appare impossibile, cioè la nascita di un figlio in età ormai tarda, per lui e per la moglie che tra l’altro era anche sterile, ha un momento di dubbio, di esitazione. Come dargli torto? Per le sue conoscenze e capacità il progetto che gli viene proposto è realmente impossibile.

Questo dubitare gli fa perdere l’uso della parola. Ma anche questa “perdita”, nel progetto d’amore del Signore, diventa alla luce dei fatti un guadagno, perché comunque Zaccaria non si sottrae, nonostante la sua debolezza, alla storia che il Signore vuole compiere anche attraverso di lui. Ha l’umiltà di sottoporsi al gioco d’amore che il Signore vuole fare, rimane fedele.

Zaccaria vince la paura.

Nella recente esortazione apostolica di Papa Francesco sulla santità (cfr. Gaudete et exsultate, n. 32) così si dice: Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere dal Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità. …

Mi viene da dire con il Papa: non abbiamo paura della Santità! Fabriano, Dio ti fa grazia, non avere paura della santità.

Vigiliamo insieme per capire quale storia NUOVA Dio vuole continuare a scrivere in noi, con noi e attraverso di noi. Tenendo alto questo NOI d’amore con il quale egli ci guarda e attraverso il quale ci chiede di guardarci e riconoscerci gli uni gli altri.

Se è vero come è vero che il SIGNORE FA GRAZIA OGGI, ecco allora che tutto cambia e sperimentiamo che la nostra vita è esposta, in questa relazione che ci lega a Dio, alla continua novità.

Tutto diventa importante. E’ possibile sperimentare allora che ogni gesto quotidiano diventa importante non perché lo è in se ma perché è rinnovato dalla speranza che il Signore ha messo nel tuo cuore e che se è lasciata vivere rinnova tutte le cose. Non conta tanto il quanto e il cosa ma il COME.

Nella storia della Chiesa ci sono santi che nel proprio passaggio terreno non hanno messo in evidenza niente di straordinario ma hanno vissuto in modo straordinario, in Cristo, il tempo ordinario che il Signore gli ha dato di vivere. Hanno magari testimoniato nella loro malattia che li ha portati alla morte fisica, una vita che va oltre la vita diventando sorgente continua di Risurrezione per tanti. Abbiamo ancora davanti agli occhi la testimonianza dei genitori della Beata Chiara Luce Badano, morta di tumore poco più che maggiorenne.

Allo stesso tempo però è anche vero che la fedeltà a Dio e alla Sua Parola ci chiama in certi momenti a compiere dei gesti e a dire delle parole che vanno in controtendenza, controcorrente.

Non posso fare a meno di guardare a fatti che in questi giorni sono sotto la lente di ingrandimento della discussione sociale e culturale e che sono fortemente amplificati dai media e dai social network. Mi riferisco alla questione dei rifugiati e dei migranti. Non entro in merito alle scelte politiche particolari, sapendo che quanto spesso ci viene raccontato corrisponde solo ad una parte della verità e che è impossibile per chiunque su queste vicende, dichiararsi possessore della verità.

Un cristiano è cittadino del mondo e scopre che se appartiene a Gesù Cristo, ogni terra è la sua terra. Non possono esistere confini che separano le persone al di là del fatto che esistono delle regole che bisogna saper rispettare per la convivenza umana. Stiamo attenti a non partecipare in modo superficiale, anche solo con le parole, all’innalzamento di muri che separano prima ancora che le terre i nostri cuori, rendendoli sterili. La comunità cristiana è il luogo privilegiato dove chi vi partecipa è chiamato in prima persona a vivere per realizzare la preghiera di Gesù:

E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa.  Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. (Gv 17, 22-23)

 

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