PALIO A FABRIANO, LA MODA DELL’EPOCA

Fabriano – Siamo nuovamente in piena atmosfera da Palio di San Giovanni Battista, il tuffo annuale nell’aureo Trecento fabrianese, epoca che sotto l’ala dei Chiavelli ed accanto al fluir del fiume Giano ha visto una Fabriano rigogliosa di botteghe artigiane, di arte, di cultura, di benessere sociale. Crogioliamoci allora un po’ in questo mite clima portatoci dalla rievocazione storica parlando degli abiti di quel periodo.

Fin dagli inizi del 1300 si diffuse l’ideologia per la quale l’abito doveva fare il monaco, ovvero essere rappresentativo del suo ceto sociale; dalla seconda metà del 1300, poi, si cominciò anche a manifestare la netta distinzione tra moda femminile e moda maschile.

Erano innanzitutto le stoffe a fare la differenza: seta, velluto, broccato e damascato per le classi alte, lino o lana per le più basse. Ma anche lo stile degli abiti, i dettagli ed i colori erano identificativi del ruolo sociale ricoperto. Dai corpetti fascianti, a segnare il punto vita, delle donne alle casacche da uomo: più si saliva di ceto, più si abbondava con l’attenzione alle finiture ed in accessori e decorazioni, tra applicazioni di perle e pietre preziose. Maniche svasate per lei, a sbuffo per lui; strascichi di lunghezza variabile delle vesti e dei mantelli.

I capelli delle donne erano sempre finemente acconciati ed intrecciati, anche con nastri. L’uso di veli e copricapi era diffusissimo, tra cappelli di ogni stile e fattezza, ma andavano per la maggiore: la corona turrita, ovvero una fascia circolare su cui si avvolgevano nastri e merletti e si applicavano perle e pietre preziose; l’hennin, un copricapo a forma di cono rigido, solitamente in velluto o in seta, dal cui vertice sbuffava fuori un velo o un pizzo; le infulae maschili, delle semplici cuffiette che i cavalieri usavano anche indossare sotto l’elmo.

Anche dalle cappe, mantelle e pellicce era semplice distinguere il ceto sociale: vaio araldico ed ermellino per le élite, agnello e montone tra i cavalieri, le corti e la plebe. Non da meno le calzature: le più rifinite, dotate di suola e dai colori e modelli particolari erano infatti riservate solo ai più abbienti.

Cambiavano molto anche i colori: sgargianti, luminosi e a contrasto nei ranghi alti, intonati e scuri nei ranghi bassi. Ma tornando a noi, a Fabriano, al Palio, focalizziamoci sui colori delle quattro porte analizzando il loro significato nel Medioevo.

Pisana nobile: il verde. Colore ambivalente, instabile, simbolo di speranza, di vita, di fortuna, ma anche del veleno e del diavolo. Associato alle concezioni più negative quando declinato nelle sue nuance più chiare, a quelle positive quando più scuro: più era intensa la tonalità di smeraldo, più si saliva di prestigio. Non a caso era un colore riservato esclusivamente agli esponenti dei ceti più alti, ai cortigiani e signori.

Cervara potente: il rosso. Il colore più prezioso, lo scarlatto, simbolo del fuoco, il colore dei re, identificato con le virtù regali del valore, del potere, della dominanza, della vittoria in guerra e della protezione da malattie e spiriti maligni.

Borgo valoroso: il giallo. Sugli inizi del Medioevo, con l’affermarsi delle tinte auree come valore assoluto, il giallo, più si discostava nella sua sfumatura dall’oro più assumeva un significato negativo, delineandosi come una sua degenerazione, in tinta e significati. Ma nel tardo Medioevo diviene molto ricercato, considerato un colore armonioso in equilibrio tra il rosso della guerra e della giustizia ed il bianco della pace e della compassione.

Piano regale: il blu. Colore che andava per la maggiore e non a caso diventato il più popolare nel XIV secolo, tra i nobili come dalle classi povere, vista la facilità nel reperire il necessario per ottenere questa tinta. Segno di fedeltà e spiritualità, di regalità direttamente proporzionale alla sua saturazione ed alla nuance. A ciascuno il suo colore, e la sua porta!

Paola Rotolo

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