NOVITA’ E CONSIGLI ROCK & WORDS

di Massimo Max Salari

 

DESOUNDER – Desounder

Andromeda Relix

Distribuzione: G.T.Music

Genere: Rock

Supporto: cd – 2018

Il Rock racconta storie e situazioni sociali del momento, il Rock è sudore, passione, energia, il Rock muore presto, il Rock non muore mai, il Rock è un pugno o un bacio, il Rock è parte di noi, il Rock si odia oppure si ama, Il Rock è tutto ed il contrario di tutto.

Lo seguo con passione da sempre, è parte della mia vita ed è un viatico in cui rispecchio e conduco anche la mia personalità. Respiro Rock, non soltanto lo ascolto. Questo è quello che capita anche a molti artisti che si gettano anima e corpo in questo contesto, con tutte le caratteristiche qui sopra descritte.  Per chi suona ed incide i risultati non sempre sono positivi, capita anche di creare un prodotto non all’altezza delle volontà, altre volte si, tuttavia quello che resta ineccepibile e non criticabile è la passione con cui l’artista crea, così la sua sincerità. Ecco, si può dire che il Rock è sincero.

La storia dei Desounder è quella di molte altre band italiane, a testimonianza che il genere non morirà mai, i proseliti proseguono il loro cammino, la passione è grande, così come la voglia di emanare energia.

I Desounder si formano nel 2013 con il nome Rider’s Bone e partono come band live fra cover e brani propri. Nel 2017 iniziano la collaborazione con la casa Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa e qui parte ufficialmente la storia dei Desounder.

Dopo cambi di line up il gruppo è formato da Eleonora Nory Mantovani (voce), Nicolò La Torre  (chitarra), Matteo Valle (basso) e Martino Pighi (batteria), ideatore della band assieme a Eleonora.

Il debutto in analisi dal titolo omonimo è formato da undici canzoni a partire da “Reverse”, un intro sonoro che accompagna a “Man From The Moon”. Salta subito in evidenza la bellezza della voce di Eleonora ed una struttura musicale non scontata, con un mix di stili musicali che mostrano i differenti gusti dei singoli componenti. Non esula un gran bel momento di Prog Rock con un breve uso delle tastiere. Notevole il gusto per la melodia ed una particolare attenzione al ritornello, oltre che all’uso delle coralità vocali. Nel disco si possono anche ascoltare i fiati di Davide Teramano (sax), Ermanno Luise (tromba) e Livio Marconi (Trombone), questo in “Dear John”, dal profumo jazzy. Ottimo il lavoro della chitarra elettrica di Nicolò, questo lo si evince spesso, ma anche della ritmica intera. Il cantato è in lingua inglese.

Le doti vocali di Eleonora sono molteplici, ha estensione e capacità interpretativa, una personalità importante che dona carattere ad ogni brano di questo debutto, ascoltate anche  “Pain” per averne una chiara descrizione.

Rock completo dunque sempre alla ricerca di nuovi innesti seppur sempre radicato alle basi principali del genere. Non mancano neppure cambi di tempo all’interno dello stesso brano, assolo brevi ma ficcanti, dello sguardo verso certo Metal, quello anche caro ai Queensryche e anche a del malinconico Grunge. E non può mancare neppure il momento più riflessivo, qui dal titolo “I Take My Time”.

Mid tempo granitico in “Prisoner”, quel Rock che la chitarra elettrica evidenzia come un polverone in una strada di breccia al passaggio di una  Harley-Davidson. Rock puro, ma anche ricercato e non mi sfuggono nuovamente interventi dal mondo Prog, specie nell’uso del tapping. La breve “The King’s Entrance” fa il primo piano alla ruota e al piede del succitato motociclista, la chitarra in modalità country la racconta tutta, e poi via per correre in “King Of Nothing”, altro momento in perfetto stile Desounder. Un arpeggio di chitarra è la spina dorsale di  “The Void Of Absence” e quando arriva la voce di Eleonora, l’atmosfera diventa magica, specialmente nel crescendo sonoro.

Il fantasma dei Soundgarden aleggia. Immediatamente adiacente sopraggiunge “Save Our Souls” per poi chiudere l’album con “You Fall Again”, macigno Rock.

Debutto ma dalle idee molto chiare, il quartetto esprime il messaggio Rock con diversi punti di vista, un disco non scontato, gradevole, da ascoltare in ogni momento della giornata e indipendentemente dallo stato umorale in cui ci si trova. MS

https://www.youtube.com/watch?v=EA8rAc1ce5w

ANCIENT VEIL – Rings Of Earthly… Live

Lizard Records

Distribuzione: Black Widow

Genere: Progressive Rock

Supporto: cd – 2018

Parlare di trenta anni di carriera per la band Ancient Veil mi fa un effetto davvero strano. E si, il tempo vola, chiaramente, ma sembra ieri che il new Prog italiano comincia a darsi seriamente da fare dalla metà degli anni ’80. Eppure è così, ma la cosa strana è che ancora oggi stiamo parlando e ristampando vinili di Rock Progressivo italiano anni ’70 (addirittura si comperano in edicola), perseverando su band e lavori che in realtà non sempre hanno convinto, mentre di band come Eris Pluvia Nuova Era, Ezra Winston e molti altre ancora non se ne parla mai, come se non avessero fatto nulla di importante. Il Prog fans per chi vi scrive è davvero un mistero fantasmagorico.

La musica quindi non è una equazione matematica, non sempre ha un risultato che porta bene, tuttavia c’è sempre tempo per correggere e Alessandro Serri  (chitarre, voce e flauto traverso), Edmondo Romano (sax soprano, flauti dritti, clarinetto, low whistle, melodica), Fabio Serri (pianoforte e tastiere), Massimo Palermo (basso), Marco Fuliano (batteria e chitarra acustica) ce la mettono tutta in veste live.

“Rings Of Earthly… Live”, già il titolo richiama “Rings Of Earthly Light” che Serri e Romano hanno composto e prodotto nel 1991 con la band da loro fondata Eris Pluvia, un classico che tutti noi dobbiamo riscoprire, qui dunque in veste nuova e colmo di carica emotiva. Il disco viene registrato durante due concerti realizzati nel 2017 nel bellissimo spazio de “La Claque” di Genova avvenuti il 12 maggio e l’11 novembre del 2017. La copertina a colori pastello come sempre sposa in maniera perfetta la causa musicale contenuta nel live, i dipinti in fronte e all’interno del cd sono ad opera di Francesca Ghizzardi.

Il live si apre con sei brani tratti da “The Ancient Veil” (Mellow Records 1995), oggi nuovamente edito con il titolo “New – The Ancient Veil remastered” (Lizard Records 2018) e subito salta all’orecchio la buona registrazione sonora.  La tecnica sempre più sopraffina dei musicisti è a disposizione della musica e della melodia e non una passerella di inutili virtuosismi. Fiati ed hammond si intrecciano con vigore in un passaggio nel New Prog intrinseco di cambi umorali e di tempo. La sede live dona una luce diversa ai brani, più sentiti ed impreziositi da una personalità accresciutasi nel tempo. Un tepore “Dance Around My Slow Time”, l’anima viene riscaldata con questa ballata di classe grazie soprattutto agli interventi dei fiati e della chitarra elettrica che si esprime in un solo breve ma profondo, buona anche l’interpretazione vocale di Serri. La breve e strumentale “The Dance Of The Elves” è un gioiello Folk, da ascoltare e riascoltare. La seconda parte del disco live tratta l’album ”Rings Of Earthly Light” del 1991 degli Eris Pluvia, nella suite troviamo come ospite Valeria Cauciono, voce originale in “Sell My Feelings”. E a proposito di ospiti, in “In The Rising Mist” ne troviamo di importanti, Fabio Zuffanti e Stefano Marelli, parte dei storici Finisterre e Marco Gnecco all’oboe. A concludere tre brani tratti da “I Am Changing”, ultimo album del 2017 bene accolto da pubblico e critica. La title track in questa nuova veste si esalta e dona maggiore energia, grazie anche al solo di batteria. “If I Only Knew” è una ballata in stile Ancient Veil, mentre il live si conclude con “Bright Autumn Dawn”, perla di musica ed esempio totale di Progressive Rock.

Occasione favolosa per entrare in questo mondo di nuovi classici, che di sicuro nel genere riescono a dare diversi giri ad alcuni troppo valutati album degli anni ’70, non perdetevela! MS

https://www.youtube.com/watch?v=4Qcs1yqolcA

SAMBENE – Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)

FonoBisanzio

Genere: Folk

Supporto: cd – 2018

Un esordio discografico che definirei importante sotto molti punti di vista, fra memoria storica, folk e passione. I marchigiani Sambene si formano nel 2015 all’interno dell’ArsLive Accademia dei cantautori di Recanati, fondata da Lucia Brandoni (allieva di Roberto Leydi) nel 2012. Si formano per dare voce ad una musica che oggi come oggi stenta a sopravvivere, ma che tuttavia riesce a far ballare, pensare, ascoltare, ricordare e riflettere. Un genere che cavalca il sapere del passato.

Questa volta però prima di approfondire la recensione, mi sento di partire dall’artwork, un lavoro immane e dettagliatissimo, con 15 pagine che descrivono minuziosamente gli avvenimenti dei personaggi in memoria cantati dal gruppo Sambene. Si, perché “Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)” racconta  le gesta e appunto la memoria di chi ha donato la vita  per la lotta partigiana del territorio lungo i sentieri della resistenza. Fabriano, Tolentino, Urbisaglia, Arcevia, Macerata, Ancona, le strade e le forze si uniscono per un lontano periodo di lotte antifasciste ed i Sambene raccolgono dati per lasciare in vita coloro che l’hanno donata per un ideale, perché si sa che si muore veramente soltanto quando si è dimenticati.

Sambene in sardo significa “sangue” e il sangue è vita, la musica è vita e quando diventa viatico per narrare la società (di qualsiasi tempo essa sia), raggiunge vette emotive davvero elevate. Per questo resto colpito da questo debutto musicale, proprio per il forte impatto emotivo.

Tratto dalla biografia della band: “Il gruppo ha cercato di affinare, ai suoi esordi, la propria preparazione seguendo alcune lezioni con Riccardo Tesi e suonando in vari live con Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, con i Gang, dai quali hanno, fra le altre cose, mutuato la passione per il combat folk e l’impegno politico/civile e con Michele Gazich, divenuto produttore e violinista del disco d’esordio dei Sambene, “Sentieri partigiani. Tra Marche e memoria”.

I Sambene sono formati da Veronica Vivani (voce e tamburello), Roberta Sforza (voce e cori),

Marco Sonaglia (voce, chitarra acustica e banjo) e Emanuele Storti (fisarmonica). I più afferrati di voi già avranno avuto modo di conoscere il cantautore Marco  Sonaglia, autore di due cd molto gradevoli per contenuti e musica dal titolo “Il Pittore è l’Unico che Sceglie i Suoi Colori” (2013) e “Il Vizio Di Vivere” (2015), se non li conoscete ve li consiglio caldamente.

“Sentieri Partigiani” è composto da undici tracce, ogni pezzo è una finestra su un personaggio, ad iniziare da “Nunzia La Staffetta” di Tolentino. Il disco si apre con il canto di un partigiano sopravvissuto e qualche brivido già scorre sulla pelle. La musica composta da Sonaglia, Brandoni e Gazich ha il profumo del cantautorato forte, quello degli anni ’70 radicato a Guccini, De Andrè, De Gregori e molti altri del filone più acculturato del nostro Pop. Chitarre, voci e violino danno risalto alle parole.

“Nenè Acciaio”, partigiano della libertà, sottotenente nato a Marina Di Siracusa che si ferma nelle Marche per combattere, altro tassello di vita, forza e coraggio. “Sulla neve con gli sci sembrava un angelo”, questo il ricordo di Nunzia Cavarischia di Acquacanina. La musica è sempre un Folk penetrante e nuovamente esaltato dagli interventi del violino.

Fisarmonica e violino aprono la storia di “Eraclio Cappannini”, prigioniero dei tedeschi. Giochi di voce maschile e femminile si incastrano su tonalità differenti in contemporanea ed hanno grande fascino e potere penetrante nell’ascolto. Nel frattempo la lettera letta è quantomeno straziante. “Ruth E Augusto” è una storia che si svolge nel maceratese, ed anche sotto la guerra nasce l’amore. A Fabriano ci sono Elvio Pigliapoco e Ivan Silvestrini, caduti in una imboscata e successivamente fucilati davanti alla cinta murale del cimitero di Santa Maria e Marco canta le loro gesta con sentita enfasi. Ancora una volta il violino lancia latrati di dolore.

“Achille Barillati” al grido “Meglio la morte che il tradimento, Viva l’Italia Libera!” lascia questo mondo con fierezza e ad occhi aperti. Tutto questo accade a Muccia e lui è tenete di artiglieria.

Un saltarello con fisarmonica apre il brano che narra le vicissitudini di Derna Scandali” di Ancona. Un’altra storia, questa volta si va nel sociale, lei nel suo impegno femminista è operaia e lotta per i diritti dei lavoratori ed è anche nominata segretaria della cellula comunista di Agugliano. Un momento di felicità in questo percorso sonoro.

“Erich, Lo Straniero” è un’altra delle tante storie della guerra, un ferito è uguale ad un altro, un uomo straniero in terra straniera non è straniero se lo guardi negli occhi. Cantata dalla calda voce di Michele Gazich, la canzone mette alla luce il lato più umano della sofferenza, da qualsiasi parte essa derivi. Erich Klemera nasce a Bressanone e nel 1940 entra nella Wermacht del III Reich.

Inno alla consapevolezza dei fatti è “Il Vento Della Memoria”, Piazza Fontana, Piazza Loggia, e bombe di stato, così i Sambene gridano “La memoria è la mia libertà”.

Come può chiudersi un disco del genere? Ma ovviamente con “Bella Ciao” cantata dalla sezione femminile del gruppo. Nel disco in qualità di ospiti ci sono Sandro e Marino Severini dei Gang. Trovare un difetto a questo lavoro non è semplice, tuttavia a qualcuno potrebbe non piacere il fatto che non c’è la batteria. Ricordo che siamo nel Folk.

In definitiva i Sambene hanno fatto uno sforzo che va oltre la musica, quello della ricerca e il dare voce a chi ha gridato per noi e che oggi non sentiamo più perché siamo assordati dal futile e dal superfluo. Un popolo senza memoria è un popolo che va verso la propria estinzione.  Siamo storditi, lo avessero saputo questi eroi… MS

https://www.youtube.com/watch?v=Hr1ClRHiQDA

 

YESTERNIGHT – The False Awakening

12 Sounds Production

Distribuzione: Progressive Promotion Records

Distribuzione italiana: GT Music

Genere: Ambient Rock

Supporto: cd – 2017

Quando mi imbatto in debutti del genere rimango sempre sorpreso, perchè la prova espressa palesa una precoce maturità. I polacchi Yesternight  sono un trio e quando vedo alla batteria il nome di Kamil Kluczyński (Art Of Illusion) allora mi spiego molte cose. Il suo tocco e approccio alla percussione mi richiama lo stile di Gavin Harrison, questo per far capire il livello tecnico ma anche di che musica si tratta. Infatti i Yesternight suonano Rock atmosferico con punte ambient, come hanno saputo fare nel tempo gruppi come Pink Floyd, Opeth, Anathema e Porcupine Tree.

Il trio è completato da Marcin Boddeman alla voce e Bartek Woźniak alla chitarra e tastiere. Dal disco che si intitola “The False Awakening” vengono estratti ben tre singoli, “Solitude”, “My Mind” e “Who You Are”, tutti e tre per la 12 Sounds Production.

Nove le tracce che compongono l’album, ad iniziare dalla breve “The False Awakening” , intro che introduce immediatamente nelle atmosfere nuvolose e soffici del percorso sonoro. Il suono si apre con aggressività all’inizio di “My Mind”, canzone che non sfigurerebbe di certo nella discografia dei Porcupine Tree ultimo periodo. Questa formula oramai rodata funziona sempre perché l’alternanza chitarre distorte e melodie di facile memorizzazione fanno atmosfera, specie se accompagnate da una bella voce come in questo caso, e che non tenta mai di strafare pensando  solamente all’interpretazione emotiva del brano. Non esulano brevi assolo che fanno da ciliegina alla torta. Le atmosfere si fanno più rarefatte con “Who You Are”, altro ritornello penetrante e un refrain nostalgico al punto giusto. “Solitude” è un volo pindarico nel nostro subconscio molto Opeth style. L’assolo di chitarra fa esplodere il brano, quello che genericamente si aspetta da questo genere di musica. Personalmente non mi stancherò mai di ascoltare queste armonie, semplici, dirette e con l’esclusivo scopo di emozionare.

“About You” è un altro percorso Procupine Tree sporcato da una parvenza Grunge, e durante l’ascolto mi ritrovo a ciondolare ad occhi chiusi. Unita da un piano segue “To Be Free”, con chitarra slide e un poco di Anathema, una sorta di psichedelia delicata ed avvolgente.

Con un ritornello ad apertura ampia di voce e volumi segue “Yesternight”, sunto dello stile della band. L’incisione pulita e ben equilibrata facilita l’ascolto anche ad alti volumi. “Lost” non toglie e non aggiunge altro a quanto detto, scorrendo velocemente senza alti ne bassi. Chiude il brano più lungo dell’album con i suoi quasi dodici minuti dal titolo “Just Try!”, praticamente come quando si guardano i fuochi d’artificio, tutto e di più viene sparato alla fine.

Consiglio a Kamil di approfondire questo progetto, sicuramente uno stile che va di moda e che è in ampia crescita. Tante belle emozioni.

https://www.youtube.com/watch?v=Ehq5OdAFeqg

ROCK & WORDS sono Fabio Bianchi e Massimo “Max” Salari. Insieme raccontano la storia della musica Rock e dintorni, l’evoluzione e come nascono i generi musicali, tutto questo in conferenze supportate da audio e video. Assieme sono nel direttivo dell’associazione Fabriano Pro Musica. FABIO BIANCHI: Musicista, suona batteria e tromba. Ha militato in diverse band fra le quali i Skyline di Fabriano e l’orchestra Concordia. MASSIMO “Max” SALARI: Storico e critico musicale, ha scritto e scrive in riviste musicali di settore e webzine come Rock Hard, Flash Magazine, Andromeda, Rock Impressions, Musica Follia, Flash Forwards ed è gestore del Blog NONSOLO PROGROCK. Per sei anni è stato vicepresidente di PROGAWARDS, premio mondiale per band di settore Rock Progressivo e sperimentale. Autore del libro per edizioni Arcana ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 – 2013. PER CONTATTI: rockandwordshistory@gmail.it   o salari.massimo@virgilio.it