CRIPTOFASCISTI?

Il risultato elettorale ha rivelato inequivocabilmente una certa propensione delle cosiddette personalità progressiste. Non so se ve ne siete accorti dalla temperatura dei social, ma l’indomani del voto gli anatemi e le maledizioni contro il popolo bue, idiota e razzista, contro la democrazia di massa e populista, contro il fascio leghismo e fascio grillismo si sono moltiplicati fino a diventare una vera e propria sconfessione dello strumento  del voto. La prima cosa che salta agli occhi è che questa parte di popolo progressista che sarebbe pronto a togliere il principale strumento dei diritti politici almeno all’80% della società, è lo stesso che vuole la democrazia se la democrazia fa quello che pensa lei, altrimenti, se il risultato è diverso, la democrazia diventa immediatamente sospetta, demagogicamente oscura, e in fondo sarebbe meglio non averla.

L’atteggiamento di questa parte di società che in generale si è raccolta attorno alle spoglie del Pd è degno di una piccola fenomenologia perché fa risaltare un tipico atteggiamento morale sanfedista e totalitario che si è diffuso nella sinistra al caviale e che è parte della sua sconfitta. La campagna di certe personalità politiche contro il linguaggio dell’odio, per dire, ha avuto il senso di una ridondanza che mentre stigmatizzava il simbolico, lasciava però intatte le strutture di sfruttamento e di involuzione in atto nella società stessa. Prendiamo la signora Boldrini, ripescata col proporzionale, che ha dato lezione di linguaggio di genere, “sindaca si dice e non sindaco” e che però ha taciuto su iniziative governative quali job’s act e buona scuola che avrebbero meritato almeno una stigmatizzazione altrettanto feroce del maschilismo linguistico. Questa dissimetria il cui scopo era rendere necessario il superfluo e superfluo il necessario, sviluppando campagne discutibili e francamente di nicchia, ha  finito col rendere impopolare certe iniziative, quando non apertamente “invise”

Non può mancare Renzi il campione del marketing mediatico che con una mano ammoniva contro gli estremisti e con l’altra faceva dell’estremo, dell’uso sistematico  della potenza fatica del linguaggio il suo strumento. Proviamo a chiederci: non è stato estremo arrotolarsi le maniche della camicia e mettersi a dare lezioni agli insegnanti, già impoveriti dalla crisi, davanti ad una lavagna nera? Non è stato estremo sfanculare con uno sfottò un compagno di partito come Letta? Non è stato estremo e moralmente incettabile compensare con una mancetta di 80 euro chi aveva bisogno di un contratto di lavoro, un aumento salariale, un lavoro meno precario? Non aveva a che fare con l’oltranza fighetta e qualunquista dire nel lunedì nero dei risultati “vado a sciare”?

Nonostante codesti esempi di bon ton politico i campioni della moderazione  hanno creduto che sarebbe bastato ricordarci che esistevano gli aut aut morali e che loro erano stabilmente dalla parte del bene. Che esisteva la buona politica e che loro ne occupavano, come alla camera, gli scranni più alti. Che bastava stare dalla parte giusta e sbandierare la bandiera blasonata, (da anni ormai lontana dal rosso) e che l’elettorato li avrebbe riconosciuti.

Invece gli elettori non li hanno riconosciuti li hanno semplicemente smascherati e poi sfanculati. L’elettorato “bue”, ha perfettamente compreso la radice criptofascista insita nel “catarismo morale” di questa sinistra ormai pallido spettro di se stessa e il cui unico scopo era quello di riprodurre il proprio canovaccio di immobilità politica costruendo lo spettro del nemico. E se il fascismo sono i rigurgiti di Forza Nuova e il richiamo all’odio razziale, il criptofascismo è quello nascosto e trasversale altrettanto pericoloso che consiste nell’identificarsi con una istanza totalitaria che intende riassumere in sé la bontà del politico. Gli elettori però erano stanchi soprattutto di rodomontate e topolini.

Alessandro Cartoni

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