AMARCORD ELETTORALE LIGHT/2: LA DOLCE VITA, LA SCORPACCIATA E LA LUNGA NOTTE

Il romanzone riprende. Gli anni ’60 si aprono con una notizia nefasta: una puntura di zanzara africana manda in pochi giorni al camposanto Fausto Coppi, il “campionissimo”. La storia degli ultimi anni di vita dell’airone della bicicletta è l’istantanea perfetta dell’epoca: l’asso piemontese ha lasciato la moglie per Giulia Occhini, consegnata alle cronache dell’epoca come “La Dama Bianca”. Un’Italia ancora intrisa di bigottismo lo addita al ludibrio più frignante e il Vaticano, che ficca il naso ovunque, gli predilige l’ultradevoto Bartali. Il quindicennio di dominio della balenottera democristiana però inizia a scricchiolare: l’Italietta pane e salame conosce la lussuria della Dolce Vita, gli agi del boom economico, i governi corali (il garofano sfuma di rosso il bianco a trazione Dc) e quelli balneari.

28-29 aprile 1963

“Non ingoiatelo! Dovrete poi tenerlo sullo stomaco per 5 anni!” – recita un cartellone elettorale in bianco e nero dove al centro campeggia un rospo gigante con tatuato sul dorso lo scudocrociato. I democristiani, riportano i linguacciuti detrattori, sono sempre più arraffoni e sempre meno cristiani. Divisi in macro e micro-correnti, accolite e conventicole, fanno incetta di poltrone, scranni e “sedie sdraio” di stato e parastato. Del resto da tre anni il Belpaese veleggia che è un amore e a livello pubblico le vacche grasse sono sempre più pingui. Americani e inglesi hanno capito che i titoli italiani costano una becca e rendono fior di facilissimi quattrini, ipertrofici frigoriferi fanno capolino pure nelle cucine meno nobili, l’Autostrada del Sole è in via di costruzione (il lillipuziano Fanfani non vuole noie e la fa deviare verso la sua Arezzo), la fabbrica è il miraggio cool e nelle case ormai la regina è una e una sola: la tv. I bimbi vengono spediti in branda dopo Carosello e si canta a squarciagola “Dimmi quando tu verrai, dimmi quando quando” con Canzonissima. Soprattutto, arriva Tribuna Politica e finalmente gli italiani iniziano a dare occhi, naso e bocca a chi ambisce a troneggiare: si lasciano narcotizzare dalle concioni raffinate di Moro e elettrizzare da quelle fumantine di Nenni, intervallate dagli stoppacciosi “spiegoni” economici di Ugo La Malfa (imitato da Alighiero Noschese più o meno come Crozza fa oggi con Bersani). Nasce il centrosinistra: Fanfani, dopo 4-5 ulcere, nazionalizza l’energia elettrica per mandarla al pari delle labbra ai socialisti. Al voto la Dc prende qualche buffetto sulla nuca e cala al 38% e spiccioli, i comunisti schizzano oltre il 25% e il PSI col suo 12% arriva ad essere il puntello più robusto del gazebone centrista. Moro si ritrova così a fare il vigile urbano tra i latrati di Nenni e i mal di pancia di Saragat. I governi durano quanto i tormentoni in radio e due mesi dopo il voto al soglio di Pietro arriva Giovanbattista Montini, al secolo Paolo VI, prelato avvezzo alla burocrazia clericale che per tre lustri muoverà svariati fili nel teatrone di burattini che va diventando piazza del Gesù, sede della DC.

19-20 maggio 1968

Ah, il sessantotto. Dopo una legislatura di “centrosinistra organico”, la politica ha allargato il buffet del magna magna a dismisura. Enti inutili sono sbucati fuori come asparagi dopo una decade d’umidità e anche solo uno sgabello non si è negato a nessuno. Le donne emulano Brigitte Bardot e iniziano a liberare svariati centimetri di carne, il pantalone a zampa e il capello lungo diventa à la page tra gli uomini e si inizia a dare una smodata attenzione all’erba del vicino, ritenuta sempre più verde e rigogliosa: l’esterofilia dilaga e ogni tendenza viene importata e snocciolata in maniera fedelissima. Mentre l’Italia va al voto in quella primavera oggi finita sui sussidiari, in Francia imperversa quella serie di sommovimenti studenteschi il cui filotto passerà nei faldoni col nome di “maggio francese”. Gli italiani, anche qui, imitano. La politica francese però è in mano a un certo Charles De Gaulle, quella italiana vede a Palazzo Chigi Mariano Rumor, il classico zio di provincia di quelli che “tranquilli nipoti, tutto pagato”. Il sessantotto francese durerà pochi mesi: il generale rimetterà in riga i fricchettoni. Quello italiano, al contrario, ce lo tireremo dietro per vent’anni, con non poche storture a livello filosofico e filologico. Togliatti nel frattempo non c’è più, ma il partito che ha lasciato ai rampolli del Bottegone macina X sulla scheda e sale al 26%. La DC al 39% tiene botta al pari dei socialisti, ma qualcosa non va. La legislatura si apre col balneare del “guaglione” Giovanni Leone, poi ritorna Rumor. A Valle Giulia imperversano kefiah palestinesi e bombe molotov: è solo l’antipasto. Un anno e mezzo dopo il voto, nel dicembre del ’69, una bomba ammazza sedici malcapitati in una banca di Milano e sullo Stivale cala una lunga notte.

7 giugno 1972

E’ un postaccio, l’Italia di quell’anno. Non c’è giorno che neri e rossi non giochino a mezzogiorno di fuoco per le strade: i crisantemi vengono issati nei vasi alla velocità della luce, un Danubio di slogan ideologici allaga il Belpaese e la politica chiagne invece di fottere. L’esperimento del centrosinistra col governo dell’algebrico Emilio Colombo va in soffitta: alle urne il PCI sale di un’altra tacca al 27%, ma il PSI senza le arringhe e le pancreatiti di Nenni sprofonda al 9%. Ritornano in cattedra gli irriducibili del Biancofiore e tocca al più irriducibile di tutti: Giulio Andreotti. Re del bluff e dello zig zag in Transatlantico, volpe finissima e ingorda, andrà in staffetta con i soliti Rumor e Moro. Il pescione bianco, da solo, a tenere l’emiciclo non ce la fa più e lo stesso Moro decide che è giunta l’ora (visto che per strada il sangue sgorga a fiotti) di bussare al portone in legno massello di via delle Botteghe Oscure.

20 giugno 1976

Al Bottegone si mette la freccia per tentare il sorpasso: il PCI, guidato ora dal mai ridente sardo Enrico Berlinguer, bipede di centellinata fonologia ma formidabile ascoltatore è ultrà della “questione morale”, schizza al 34% e avvicina la Dc che zoppica attorno al 38%. Nel panorama politico è ormai una realtà il Partito Radicale, che due anni prima si è intestato la torcida del referendum sul divorzio grazie alla carica del digiunatore seriale Marco Pannella. Quello che però doveva essere un “compromesso storico”, diventa poi più un mucchio selvaggio per far fronte al fatto che sui marciapiedi di troppe città ci sono tappeti di bossoli e non se ne può più. Nasce un governo Andreotti con l’appoggio esterno dei “mangia-bimbi” (sotto la regia di Moro). Ma il giocattolo non può durare, e l’escalation di pistolettate mozza la legislatura.

3 giugno 1979

L’anno prima, il 1978, è stato il più cruento del secondo dopoguerra. Moro non c’è più, vittima di una follia tracimata oltre il delirio. In mezzo sono cambiati tre papi e i politici italiani, mai stati dei veri cuor di leone in quanto a coraggio, adesso se la fanno letteralmente addosso. Tutti tranne un poderoso e ieratico omaccione milanese che nel frattempo sta rimettendo insieme i cocci del PSI: si chiama Bettino Craxi e lo ritroveremo nei prossimi episodi. Lo scandalo Lockheed, snodatosi nella legislatura mignon appena conclusa, ha portato Giovanni Leone ha fare armi e bagagli e a mollare il Quirinale: al suo posto c’è lo spumeggiante vegliardo ex partigiano Sandro Pertini. In campagna elettorale Pannella fa il diavolo a quattro e si accaparra pure il sostegno di intellettuali del calibro di Sciascia e Pivano, il PRI perde per un ictus il suo dominus Ugo La Malfa e le BR a un mese esatto dal voto fanno una strage nella sede DC di piazza Nicosia. Il PCI, nonostante la riforma della sanità, di appoggiare governi della balenottera non ne vuol più sapere, ma perde 4 punti rispetto a tre anni prima. Ci vogliono due mesi dopo le urne per formare il primo governo Cossiga, che è tutto fuorché un idillio. Si dovrà attendere l’agosto del 1980: l’esplosione di Bologna è il punto più buio della lunga notte. Ma anche la fine, per fortuna.

TO BE CONTINUED…

Valerio Mingarelli

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