LA MIA ODISSEA, SU E GIU’ LUNGO LA TRATTA FABRIANO-ROMA

“Per risparmiarmi le fatiche della guida, percorro la linea Roma-Fabriano in entrambi i sensi di marcia più volte al mese. Dopo anni di peripezie, odissee e nervoso a non finire, vivo il tutto con spirito di avventura: il buon esito del viaggio è affidato alla fortuna… nemmeno fossimo al casinò!”. Così Valerio Mingarelli, giornalista fabrianese, da anni alle prese con i binari per i continui spostamenti tra la città della carta, dove vive e la Capitale, dove lavora. Scoraggiato e senza speranza. Appare così Valerio nel raccontarci, in prima persona, quello che vive sulla propria pelle come pendolare alle prese con il trasporto pubblico che collega Marche e Lazio. Di aneddoti ne ha subìti tanti. “Dopo anni di disavventure, l’unica cosa che viene aggiornata con costanza – denuncia – è il prezzo dei biglietti. Pietra dello scandalo sono gli Interciy, che costano il doppio dei regionali per impiegarci poco tempo in meno”. Un esempio: il regionale veloce del mattino ci mette 2 ore e 46 minuti, l’unico Intercity in funzione sulla tratta 2 ore e 35 minuti: un risparmio, al netto dei costanti ritardi, di appena 11 minuti. “Quel ridondante “Ci scusiamo per il disagio” – racconta – degli altoparlanti sulla linea che taglia gli Appennini è un ritornello come a mettere le mani avanti, non un avvertimento. Alcuni regionali hanno ritardi ormai cronici: quello che da Roma muove verso Fabriano alle 18.35 della sera accumula addirittura mezz’ora fissa solo tra Termini e Tiburtina, nell’arco di pochi chilometri. Inoltre imbraca un terzo in più dei passeggeri rispetto ai posti a sedere: fino a Orte ci si mette ad incastro come in un Tetris, in piedi e con la valigetta in mano sperando che qualcuno scenda quanto prima”. Ancora disservizi.

“Aria condizionata scassata a luglio e riscaldamenti non funzionanti a dicembre creano situazioni esilaranti, sudorazione a parte. Nel mezzo c’è pure la variante “aria fredda a palla” a ottobre, quando non serve, con sinusiti che arrivano nell’arco di un quarto d’ora. Sul capitolo pulizia dei convogli – rincalza Valerio – meglio soprassedere: gli acari la fanno da padrone e per andare al bagno si deve essere a posto coi richiami dell’antitetanica, sempre che si riesca a trovarne uno libero visto che il wc è il nascondiglio dei furbetti che per brevi tratte non fanno il biglietto”. Trenitalia dimentica che molti pendolari lavorano anche durante il viaggio perchè “è sempre più frequente vedere passeggeri accapigliarsi per le poche prese di corrente funzionanti per caricare pc o cellulare. Senza che i poveri controllori, sconsolati e abbrutiti dall’essere presi di mira da chi sclera, possano far nulla”. Ultima frontiera del disagio, i portelloni rotti: ne funzionano sempre la metà, e quando è ora di scendere la corsa è sempre sul filo di lana. “Questa tratta ferroviaria – conclude – è carente in tutto: sembra rimasta ferma a 60 anni fa. Il binario unico per larghi tratti poi fa sì che un treno in ritardo scateni un effetto domino sugli altri, a partire da quelli che viaggiano in senso contrario. E’ un servizio che andrebbe azzerato, ma senza un’infrastruttura ammodernata, per la quale però serve un pozzo di quattrini, temo che Trenitalia sarà costretta ancora a tirare a campare e noi continueremo a pagare per soffrire”.

Marco Antonini