IL SECONDO TRAGICO PIROZZI, SINDACO IN FELPA DA SANGUIGNO A ‘MISTER FRIGNO’

 “Il paese è reale” – cantava Manuel Agnelli nel 2009, nella prima e ultima apparizione dei suoi Afterhours sul palco dell’Ariston di Sanremo (per chi scrive pezzo memorabile, ma un tantino fuori contesto tra Iva Zanicchi, Pupo e Gemelli Diversi). Un pensierino semplice, quasi tautologico, che qualche anno dopo la performance canora della rockstar di Abbiategrasso è stato riportato in voga lo scorso autunno con tono soffocato dalla bocca di Sergio Pirozzi. Senza troppe licenze poetiche, in quel caso: era l’autunno del 2016 e il poderoso omaccione si riferiva al suo di paese, Amatrice, del quale da sindaco aveva appena finito di piangere la devastazione e, soprattutto, la dipartita di centinaia di suoi concittadini.

Già, Pirozzi. In quel funesto 24 agosto, quando con fonologia intrisa di dolore disse in collegamento telefonico in tv la sgomenta frase “Amatrice non c’è più”, si elevò a uomo simbolo del post-sciagura nel Centro Italia: sanguigno ma sempre (apparentemente) sotto controllo, genuino ma dotato di adiaforia e spigliatezza ogni volta che ad una telecamera nei pareggi veniva pigiato il tasto “rec”, chirurgico nel saper utilizzare un linguaggio “pane e salame” comprensibile a chiunque, il ruspante primo cittadino amatriciano divenne subito a figura familiare per tutti noi. Quasi fosse uno zio tosto e sensibile, energico ma in balìa dal dolore, da aiutare in men che non si dica correndo ad assemblare buste di latte Uht, pacchi di rigatoni e confezioni di Lines Seta Ali da portare al primo centro raccolta, oppure lussandosi qualche falange delle dita per digitare in un battibaleno il numero del fantomatico sms solidale, nella convinzione che la grana arrivasse dritta per dritta nelle tasche della sua felpa (campacavallo).

Un bel tipo, sto Pirozzi: campanilista quanto basta (“se lo Stato prova a fregarmi faccio la contea di Amatrice”), procacciatore infaticabile di slogan da curva con venature destrorse (“barcollo ma non mollo”), paraculo all’inverosimile (“siete tutti nostri fratelli”, “la vostra solidarietà ci riempie il cuore”, “Amatrice vi ama” e altre sparate con doppio strato miele-vaniglia), ha un merito che nessuno può sindacare: ha fatto diventare Amatrice il “brand” traino del post-sisma, la località più compatita, sostenuta, acclamata e in special modo quella che più di tutte ha beneficiato di moneta sonante e solidale. Il terremoto “del Centro Italia” in tanti post su Facebook ma anche in articoli di giornali è spesso diventato il terremoto “di Amatrice”: se non v’è dubbio che il comune del reatino è stato forse quello più sventrato dell’intero cratere, l’omone in fascia tricolore e felpone XXL (sempre: del resto è un mister delle minors del pallone con un pedigree di tutto rispetto) ci ha messo molto del suo. Varcando persino i confini del Belpaese, visto che il premier canadese Justin Trudeau gli ha scucito sull’unghia un assegno di due milioni di euro, seguito a ruota dalla quadricancelliera teutonica Angela Merkel che con un bonificone dorato di milioni di euro ne ha inviati sei, per rifare l’ospedale ridotto a triste rudere. Senza contare che, da fanatico pallonaro, ha calamitato sull’iban del suo comune tutti i club più blasonati del mondo del calcio. Italiani e non.

Tutti tranne (a suo dire) due: Inter e Juventus. Che proprio pochi giorni fa, il nostro instancabile Pancho Villa con cinturone verde-bianco-rosso ha provveduto a “smerdare” su scala globale attraverso ogni media del creato. E qui si apre il succo del discorso: non sappiamo se i fari a sei milioni di Lux degli studi televisivi diano o meno alla testa, certo è che dall’amministratore locale energico, cazzuto e in grado di dare fiducia ai suoi cittadini e di non far spegnere su di loro i riflettori quale era si è passati alla seconda tragica versione del Pirozzi “star”. Che è tutta uno sdegno “pro domo sua”, come evidenziato da un noto corsivista, un frignare a destra e a mancina e un picchiare come un mastro fabbro sulle responsabilità delle diverse istituzioni (ma mai sulle sue, come se il sindaco fosse un semplice capobranco e non uno che comunque maneggia quattrini pubblici).

Una triste parabola, quella di Pirozzone: da “uomo che non deve chiedere mai” a mammoletta piagnucolante il passo è stato troppo breve, veloce e quasi sospetto. Così ci ha fatto specie due settimane fa la sua bocca digrignata volta al plenilunio, quando la procura della Repubblica di Rieti ha denunciato il fatto che tanti furbetti del quartierino (e dell’assegnino) hanno trasferito apposta la residenza nella loro seconda casa (spallata) di Amatrice per cuccarsi il Cas, vale a dire il “Contributo di autonoma sistemazione”. Le arcate mandibolari schifite di Pirozzi hanno fatto il giro delle emittenti televisive, però in tanti ci siamo chiesti: chi diavolo la gestisce l’anagrafe di Amatrice? Ah, il comune. “Beh, ma questi hanno usato autocertificazioni” – è stato il capitombolo dal pero del sindaco (ora) vip. Ma chi le controlla ste autocertificazioni? Chi le rilascia? Chi sovrintende all’operato dei vigili urbani che (a quanto pare) hanno pasticciato? Niente, il Sergione non c’entra mai. Se qualcuno ha fatto notare che quando la scuola (che il 24 agosto si è sbriciolata come una crostatina sotto una pressa) fu ristrutturata era il 2010, e che il sindaco da quelle parti era già lui, Pirozzi ha sempre fischiettato. Quando mancavano autorizzazioni comunali per predisporre i siti dove mettere le casette lui non c’era, e se c’era dormiva (oppure era a Quinta Colonna a ululare contro qualche altro ospite). Non c’era e basta invece il 17 luglio scorso quando Vasco Errani convocò tutti i soggetti istituzionali per trovare la quadra sull’utilizzo di quei benedetti fondi arrivati dagli sms solidali: un’assenza eclatante, che non ha impedito però poi a SuperPirozzi dieci giorni fa di scaraventare un petardo nel calderone dei massmedia col piagnisteo cantilenato dal titolo “i soldi degli sms solidali sono spariti!”, quando non è vero manco un po’. Semplicemente, di cosa si sta facendo quei denari lui non sa una mazza (proprio perché attorno al tavolo di Errani non c’era).

Insomma, ormai è conclamato: del supereroe Pirozzi possente, rassicurante e ardente ci piaceva assai di più la prima versione. In quei duri mesi però, accecati e rammolliti dal dramma e dal dolore, ci siamo dimenticati di un particolare: Pirozzi era allora un politico come lo è oggi. E venuti meno i groppi alla gola per le vite perdute, è passato alla cassa per avere i dividendi politici di questa fama spropositata piombatagli addosso, oltreché della nomea di macchina attira-donazioni (Amatrice, fatte le debite proporzioni per abitante, ne ha già raccolte cinque volte di più de L’Aquila nel 2009). C’è addirittura chi ora lo dà in pole position come candidato del centrodestra alle regionali della primavera prossima nel Lazio, in virtù della sua grande amicizia con i due ras di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e Fabio Rampelli. Sarebbe la mesta conclusione del parabolone che dalle stelle lo sta facendo addentrare nelle stalle (anche se queste sono tipiche di Amatrice): la monetizzazione politica su una disgrazia epocale come il sisma del 2016 in quel caso avrebbe del becero. Staremo a vedere, ma intanto aridatece il Pirozzi quello vero. Il Pirozzi reale, come il suo paese che non c’è più.

Valerio Mingarelli

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