CRATERE SISMICO E GERME DELLA BOIATA: CICLOVIE, ECOSGORBI E LA… LENTICCHIA SUL TETTO CHE SCOTTA

“E per un istante ritorna la voglia di vivereee, a un’altra velocitààà” – cantava a squarciagola Franco Battiato insieme ad Alice inneggiando ai lenti treni per Tozeur, ultimo insediamento dell’entroterra tunisino prima dell’inizio delle distese sabbiose del Sahara. La stessa sensazione, in questa cocente estate, si vive anche in un altro entroterra un po’ più a nord: nel disgraziato cratere sismico del Centro Italia dopo mesi di disastri, inadempienze, ritardi e goffaggini, con consequenziale coro di lamenti, giaculatorie e trenodie, iniziano a intravedersi segnali un tantino più effervescenti di ripartenza. Oddio, sulle vette appenniniche di arabe fenici ancora non ne volano: gridare alla rinascita sarebbe incauto, e pure un po’ beota. Però col solleone ha fatto capolino un certo brio.

Innanzitutto logistico-operativo: la rimozione delle macerie, questione annosa che tanti impacci ha creato in più comuni anche perché i tanto piagnucolanti sindaci hanno presentato a Roma il piano-macerie solo in 5 su 88 (nelle Marche le ruspe hanno iniziato la loro danza solo sotto Pasqua: chiamandolo ritardo si rischia di vincere l’olimpiade dell’eufemismo), adesso finalmente procede pimpante nell’ordine di oltre duemila tonnellate al dì. Per dare altro “gas” alle operazioni, inoltre, dal Senato sono sbucati fuori altri 100 milioni nel decreto Sud (che buttali via). Germogliano think thank sulla ricostruzione (come quello promosso due settimane fa dalla fondazione Merloni), fioccano iniziative a sfondo gastronomico (l’Area Food di Amatrice è senz’altro la più imponente) e si assiste a uno sprint socioculturale: dalla mirabile tre giorni promossa dai fichissimi ragazzi di “Terre in Moto” sul lago di Fiastra ai frequentatissimi concerti dal retrogusto bucolico di “RisorgiMarche”, con big del pentagramma quali Ron, Fabi, Mannoia, Gazzè, Brunori, De Gregori e altri, si può dire che la ricostruzione dell’umore procede spedita e batte per distacco quella degli edifici (ad ora limitata, col contagocce, a qualche stabile scolastico).

Però, ai pedi dei monti del Guerin Meschino, continuano ad accadere cose strane. E’ come se la furia della terra danzerina, oltre ai nuvoloni di polvere per cose, case e chiese sbriciolatesi, lo scorso anno abbia fatto rimanere nell’aria invisibili batteri che intaccano le cortecce cerebrali portando le genti a partorire idee farneticanti e a sparare cazzate disarmanti: la casistica inizia a preoccupare. Ad esempio, sono stati agitati i panneggi di una camicia di forza dinanzi alle pupille di Luca Ceriscioli, per farlo rinsavire dall’idea bislacca di buttare 5,5 milioni di euro dei 33 raccolti dagli sms solidali per costruire una lunga pista ciclabile da Sarnano a Civitanova Marche. Per carità, bello il ciclismo (personalmente ne vado ghiotto). Figo il paesaggio. Glamour la mobilità sostenibile. Però, bontà di Dio: già esiste un’antologia social di improperi su questi santissimi sms benefici, con persone che lo scorso ottobre si fratturarono gli scafoidi per spicciarsi a digitare l’invio della donazione (convinte che nell’emergenza servisse moneta sonante) per poi vedere quei soldi rimanere dieci mesi nel caveau della Protezione Civile. Se oltre a questo non edificante particolare poi si va gagliardi come il sindaco di Sarnano Ceregioli (che fa tanto cacofonia con Ceriscioli) a dire ai cittadini che la ciclabile per Civitanova è troppo trendy, il pastore dei prati del pizzo Sassotetto che a Civitanova è costretto a dormirci (in un iperbarico residence) perché ha la casa spallata, è autorizzato a prendere in mano il badile (che, a naso, da quelle parti ai piedi delle seggiovie sciistiche dovrebbero saper usare). Ovviamente la trovata ha scatenato non solo una campagna stampa all’arsenico, ma anche una grandinata di interrogazioni parlamentari, regionali, comunali che la metà basta. Arrivato il dietrofront, l’assegnone solidale è stato equamente ripartito in progetti di scuole e altri edifici di interesse pubblico. Sta ciclovia comunque è rimasta nel faldone delle brame regionali. Qualcuno a Palazzo Raffaello l’ha buttata là vispissima: “Perché non usare i fondi destinati alla messa in sicurezza sismica?”. Eggiù altra fiumana di cartellini gialli nei due rami (ormai secchi) del Parlamento, con la stessa segreteria nazionale del Pd che ha iniziato a chiedersi se in regione Marche ci facciano o ci siano proprio.

Se il germe malevolo della boiata nelle Marche attecchisce che è un attimo, in Umbria ormai è pandemia con tanto di allerta sanitaria. Castelluccio di Norcia, pur essendo una frazioncina con quattro case, tre stalle e due armadi a muro è forse una delle località più note di tutta la catena appenninica, dalla Sila fino alla ligure valle di Bormida. L’Istituto Mondiale della Sanità ha registrato un boom di distacchi di cornea una ventina di giorni fa: sgranare gli occhi fino a lacerarseli è stato infatti il riflesso incondizionato di tutti quando su giornali, giornaletti, social e fanzine post-sismiche si è letto il titolo “Presto un centro commerciale sul Pian Grande a Castelluccio”. La prima reazione è stata: sarà una gag. E allora dai, perché non costruire un surrogato dell’Aquafan di Riccione ai Laghi di Pilato? E magari un bel poligono di tiro al centro faunistico di Castelsantangelo? O ancora: non sarebbe uno sballo un grosso centro Ikea incastonato giù alla gola dell’Infernaccio, da raggiungere con ponticelli in legno costruiti con i resti di produzione di cassapanche “Malm”? E asfaltare l’anello per lo sci di fondo dei piani di Ragnolo per farci un bel kartodromo non sarebbe una genialata architettonica che Renzo Piano scansate proprio? Giorni dopo però, il sindaco di Norcia Alemanno (che con Gianni non c’entra nulla, altrimenti alla prima nevicata i “nursini” dovrebbero accendere 8 km di ceri a San Benedetto) timidamente ha ammesso che di gag c’è poco. E allora tutti già a immaginarsi a Natale teenagers imbacuccate dalla zona occipitale ai piedi per sfidare le intemperie, tagliare in diagonale la leguminosa piana ricoperta di neve solo per comprarsi l’ultima canotta di H&M, un paio di Converse color “lenticchia” o una borsetta cremisi da Carpisa. Intanto, di fronte a tanto dadaismo edilizio, la bagarre è scoppiata inesorabile a tutte le latitudini: in Parlamento sono fioccate aritmie cardiache e interpellanze urgenti, ingegneri e architetti di ogni rango hanno paventato l’idea di un harakiri collettivo e su Change.org è sbucata una firmatissima petizione per dare la caccia al lume della ragione perduto.

“Bufala! Fake! Buciardi! Pussatevia! la replica stizzita della regione Umbria in combutta con… Nestlè. “Col sapor di cioccolato, il pericolo è scampato” – hanno sperato tutti. Invece no. Ai piedi di Castelluccio, in una cava dismessa, nascerà un polo di attività produttive con ristoranti e qualche negozio. Ma guai a chiamarlo centro commerciale: verrete spezzati come un Kit Kat (Nestlè, of course). Avrà la forma di un deltaplano, per volere di tal architetto Cellini spacciato per una sorta di Calatrava appenninico, e costerà 2,5 milioni di euro che verranno elargiti per lo più dalla Protezione Civile. C’è un aspetto che stupisce: sono i “castellucciani” a volerlo, stando alla peperina presidentessa umbra Marini (se vi fate un giro sul web, scoprirete che in realtà lo vogliono solo i proprietari di attività). Avrà tetti resistentissimi in erba (!?) forse persino coltivabili, magari a lenticchia (a qualcuno il microbo della cazzata ha intaccato pure il cervelletto). Sarà temporaneo, giusto il tempo di finire la ricostruzione (ergo una ventina d’anni, poi con delle eliche speciali verrà fatto volare via, verso dove non si sa).

Proviamo a tornare seri: Castelluccio ha costruito la sua fama pluridecennale sulla simbiosi totale tra esseri respiranti e natura. Lì colori, odori e sapori non fanno solo rima ma vanno a braccetto in un “unicum” sensoriale. Nessuno sostiene che gli esercenti non vadano aiutati, ma ci sono mille modi meno pacchiani ed esagerati per farlo, dal punto di vista fiscale, strutturale (ad esempio riattivare in fretta i locali stalle costruiti nel post-sisma del ’97), culturale. Mi immagino già chi, scendendo da Forca di Presta, la prossima estate farà una foto alla piana con in mezzo questo eco-sgorbio: persino le Reflex potrebbero ribellarsi. Soprattutto sto casermone (vien da pensare al guazzabuglio dei ristoratori incollati l’un l’altro che si litigano gli avventori), come ha specificato in un meraviglioso post sul suo blog l’architetto Carlo Brunelli anch’egli praticissimo della zona, viene presentato come una necessità vitale quando di soluzioni alternative se ne possono trovare a iosa evitando questa smargiassata oltretutto griffata da una multinazionale agroalimentare che però “dà solo una mano eh”.

Di fronte a certe pensate la mente va alle “casette”: al momento ne figurano all’appello poco più di 400 su 3636 richieste, e ci si chiede se non sia quella una priorità, visto che anche per l’inverno prossimo rischiano di non arrivare tutte (nel 1997 dopo 5 mesi non c’era più nemmeno un gattino in hotel). Una vergogna sesquipedale, l’onta più grave di cui si è macchiata la politica in questi mesi, lavabile soltanto segando col saracco dentellato le poltrone dirigenziali degli uffici competenti e mandando al macero in qualsiasi sperduto cartonificio le pile di scartoffie riguardanti le insulse gare d’appalto messe in piedi lo scorso autunno. Vergogna che risalta ancora di più, quando si vede che chi ha ruoli istituzionali si galvanizza per un ecomostro in un’area tra le più incantevoli del paese. “Quasi vero quicquam sit tam valde quam nihil sapere vulgare” diceva qualche annetto fa il bomber dell’oratoria latina Cicerone. “Come se ci fosse qualcosa di più comune della mancanza di buon senso”. Eggià.

Valerio Mingarelli