L’AFFRESCO DI MOSCHINI ABBANDONATO NELL’ATRIO DEL TEATRO GENTILE

Torna a far parlare di sé l’affresco che arricchisce l’Atrio dei Giganti del Teatro Gentile ed ancora una volta lo fa attraverso la voce del suo autore, il Maestro Roberto Moschini: Artista a tutto tondo dall’indiscusso talento, premiato ed apprezzato anche oltreoceano, tanto da essere citato perfino nel Bénézit, il dizionario per eccellenza degli artisti tra i più meritevoli al mondo. Ma stavolta l’Atrio è ancora più offeso, ferito dai danni del tempo e dell’incuria e lasciato lì abbandonato a se stesso, alla sua dimensione artistica verso la quale sembra esserci troppa cecità selettiva. “Il murale (FOTO) che dipinsi nel 1994 in un atrio del Teatro Gentile, e che risulta gradito a buona parte degli abitanti, ha subìto non poche vicissitudini, rimanendo però tutt’ora visibile! A conclusione del terremoto del ’97 rimase ben saldo, riportando lesioni che potranno essere restaurate non appena il Comune prenderà atto e difesa di quest’opera pubblica. – afferma Roberto Moschini, evidenziando come il suo dipinto sembra quasi essere stato graziato dalla natura, nonostante l’incuria egoista dell’uomo. “In un secondo tempo, tutte le pietre arenarie del quadrilatero del Teatro vennero tolte per un ripristino, e dove furono collocate? Proprio a diretto contatto con le pareti dipinte. Ovviamente con la loro umidità le pietre causarono il distacco dell’intonaco in vari punti. – racconta il Maestro, amareggiato nel vedere nel corso degli anni la sua creatura maltrattata. – E poi di nuovo, nello smontare per lavori dei tubi innocenti nei pressi del Teatro, dove depositarli? Ovviamente accatastati nell’Atrio dei Giganti. Il risultato è stato che questi metalli, per loro intrinseca, involontaria natura, hanno provocato evidenti graffi lesionando la preparazione della parete in diatonite. Con l’avvicendarsi poi delle numerose fiere organizzate negli anni in Città, non ho potuto fare a meno di notare come l’atrio sia sempre stato un posto ambito per la collocazione di macchinari, attrezzi e prodotti alimentari destinati alla vendita.”.

Un’opera che nel 1994 impegnò l’estro del Maestro Roberto Moschini per circa 3, 4 mesi di lavoro, che lui adempì onorato di poter regalare alla sua Fabriano un dipinto che tecnicamente è frutto di un complesso studio di inversione prospettica, applicato su tutte le 8 vele della struttura a ricreare l’illusione ottica della mezza calotta sferica; contenutisticamente ci apre un mondo nuovo, con due figure ciclopiche ad anticipare l’ingresso teatrale, unendo il reale al metafisico nel noto stile permeato di trascendenza del Maestro Roberto Moschini. “Nel proseguire poi la filastrocca degli interventi, un qualcuno, diversi anni fa, armato di bombolette spray ha pensato bene di fare del grafitismo immotivato e puramente lesionistico alle pareti. – aggiunge il Maestro – Quando all’epoca realizzai questo murale, fu per mio stesso desiderio che le pareti non fossero protette da vetro o altro, affinché chiunque potesse instaurare la giusta confidenza con questo dipinto che abita proprio lì e che vive nella sfera del sogno.”: questa la fiducia che l’Artista aveva riposto nella sua amata Città, per nulla meritata, insultata a dir poco. “Ricordo con tenerezza che una giovane mamma, anni fa, proprio in questo atrio, rispondeva con tenerezza ed appropriatezza alle curiose domande della sua bambina mentre lei indicava i frutti e le bacche stagionali tipiche del nostro Montefano e S. Silvestro, che dipinsi e conclusi proprio in autunno. – i numerosi ricordi riaffiorano nella mente dell’Artista, profondamente legato alla sua Opera. – Nonostante il sensibile ed esaustivo intervento su questa testata, rintracciabile alla voce Restauro, ecco un recente commento fotografico dell’atrio. Credo sia amaramente esaustivo.”. Artista che è riuscito a crearsi un ammaliato, rispettoso seguito in ogni paese del mondo, paradossalmente non riesce a rivendicare il diritto di una sua creazione in casa, ripudiato in quella che lui anni fa, quasi profeticamente, definì “la Città del fabbro nano”, perché incapace di crescere. Città che ospitò teatrini bizzarri in cui qualcuno definì l’Atrio affrescato addirittura “una mera esercitazione narcisistica”. Non dovrebbe certamente essere l’Artista a difendere a spada tratta le sue opere, costretto a dover lottare per anni schierato dalla parte dell’Arte. Ci chiediamo, dall’altra parte, quella della pura ignoranza, chi resta ancora fermo a guardare?

Paola Rotolo