LA MORTE E IL PICCOLO ORSO – di Alessandro Moscè

La città sconvolta dalla morte di un bambino si stringe intorno alla famiglia. Non facciamo nomi, nessun riferimento personale. E’ il fenomeno di massa che ci interessa, la commozione, la partecipazione solidale. Fabriano ne ha dato esempio spesso: quando è il lato umano a prevalere, la risposta è sempre sentita, autentica. Si stemperano le tensioni, si abbassa l’ansietà della crisi economica ed occupazionale. Emerge quel bisogno di legarsi al campanile, all’identità locale e alla gente che vediamo tutti i giorni. Ma è chiaro che, come affermava don Tonino Lasconi nell’omelia funebre, ci si chieda la ragione di una fine straziante, ingiusta, contro natura. Se lo chiedevano soprattutto i bambini, gli amici di scuola del piccolo fabrianese. “La morte non è l’ultima parola, perché l’uomo è destinato ad una vita senza limiti, che ha la sua radice e il suo compimento in Dio”. Lo ha ricordato Papa Francesco nell’Angelus del giorno in cui la liturgia invitava a commemorare i fedeli defunti. Ricordo una toccante frase di Wojtyla: “Non si è mai soli davanti al mistero della sofferenza. Si è con il Cristo che dà senso a tutta la vita. Con Lui tutto ha un senso, compresi il dolore e la morte”. Consiglio un libro per gli amici, infanti e adolescenti, che hanno preso parte al funerale di giovedì scorso, ed erano centinaia: “Un paradiso per il piccolo Orso”, di Wolf Erlbruch (E/O 2005). Il libro racconta la storia di un piccolo orso alla ricerca del paradiso per ritrovare il nonno. Erlbruch affronta con grande leggerezza e splendide illustrazioni un evento delicato come la morte. Nonno Orso è morto e Piccolo Orso è triste, non si dà pace. Dalla madre viene a sapere che il nonno era stanco e che ora vive nel paradiso degli orsi, dove tutti sono felici. Piccolo Orso allora decide di andare a cercare questo paradiso e prega in modo paradossale uno per uno gli animali della foresta e della savana di mangiarlo o di ucciderlo, in modo che possa riabbracciare il nonno. Ma al coccodrillo non vanno le sue zampe, non è di suo gusto per la giraffa, la volpe lo farebbe solo se potesse avere anche un pollo per contorno, la tigre ha già mangiato e così via. Infine incontra il gufo saggio, che gli ricorda che è ancora giovane e gli esalta le bellezze della vita. Piccolo Orso però non è convinto: tutto gli dice che la vita è una cosa bruttissima e continua la sua ricerca. Ma, alla fine, senza nemmeno volerlo, si ritrova di nuovo davanti l’ingresso della grotta dei suoi genitori che lo accolgono, lo asciugano e lo riscaldano tra i loro corpi. Forse questo è un paradiso, il paradiso in terra degli orsi. La morte rimane un enigma, ma chi è stato amato in vita ha già avuto molto, anche se è andato via da infante. Questa è la migliore consolazione per chi ha voluto bene al bambino di Fabriano, per un giorno il figlio di tutti noi.

Alessandro Moscè